L ’ U N I T À
D ’ I T A L I A
Prefazione
Negli
ultimi tempi, molto spesso è stato ”attentato” all’Unità d’Italia…
Unità che è costata la vita a tantissimi eroi, che con il loro sacrificio
hanno scacciato i tanti oppressori che si sono succeduti.
A
partire da questo numero, riporteremo il lungo cammino e i grandi avvenimenti
che portarono all’Unità d’Italia.
Gli
avvenimenti saranno raccontati, in modo semplice e succinto, da coloro che ne
furono protagonisti, o partecipi, o testimoni.
Iniziamo
con una breve pagina di Cesare Balbo, dove lo scrittore espone la vergogna che
gli Italiani sentivano d’essere tra i popoli ”più oscuramente e
illiberalmente governati d’Europa”.
Dagli
scritti di Cesare Balbo (uomo politico e scrittore)
1815
- 1821
L’Italia dopo il Congresso di Vienna
Mentre
tutta 1’Europa progredì lentamente nella restaurazione continentale dei
governi rappresentativi (dalla Francia alla Spagna, alla Prussia, quasi tutta la
Germania, ed alla Grecia), l’Italia rimase sotto la preponderanza dominante
dell’Austria. Da tutti vennero restaurate le
forme antiche, assolute. E il re piemontese agì peggio degli altri. Ci furono
pochi progressi (chiamate riforme). Quei primi vent’anni, bisogna
dirlo, furono i più oscuri e improduttivi vissuti mai dall’Italia, che dal
Congresso di Vienna era stata ridotta ad un mosaico.
La
divisione in tanti stati e staterelli, separati da rigide barriere doganali
danneggiava l’economia del Paese. Lo scontento era più sentito nelle regioni
del Nord, dove le fiorenti industri della seta venivano ostacolate dalla
politica conservatrice degli Austriaci.
Dagli
scritti di Guglielmo Pepe (generale degli insorti napoletani)
Gli insorti pronti all’azione
Avevo
con me quattro reggimenti di cavalleria, quasi tutte le milizie della
provincia di Avellino (circa cinquemila), ed un battaglione di bersaglieri.
I carbonari in armi, ordinati in corpi sciolti, erano circa ventimila. Da
Foggia attendevo il reggimento di cavalleria di Russo: cinquemila militi, e
carbonari quanti più ne volessi. Mentre io dettavo istruzioni ai capi
dei corpi, e studiavo come ordinare provvisoriamente alla meglio gli insorti, mi
giunsero lettere del duca di Calabria e messaggeri del re, che mi assicuravano
la concessione della costituzione da parte della Spagna. Quindi non vi era più
bisogno di combattere.
Il re concede la costituzione
Ecco
in succinto ciò che era accaduto a Napoli.
Appena
si seppe della mia mossa con i due reggimenti di cavalleria, la gioventù,
già tutta nutrita d’idee liberali, vedendo il governo incapace di far
argine alla rivoluzione, si unì, e chiese che il re desse la costituzione.
Questi radunò in consiglio i ministri e le persone che credette più
opportune, per fedeltà e senno. All’unanimità
fu richiesto che si concedesse la costituzione. E così fu. Il re pertanto
promulgò l’editto che segue:
“Alla
nazione del regno delle Due Sicilie.
Essendosi
manifestato il voto generale della nazione del Regno delle Due Sicilie di
volere un regno costituzionale, di piena volontà nostra, consentiamo e
promettiamo nel corso di otto giorni di pubblicarne le basi.Fino alla
pubblicazione della costituzione, le leggi vigenti rimarranno in vigore. Soddisfatto
in questo modo il volere pubblico, ordiniamo che le truppe ritornino ai loro corpi,
e ognuno alle proprie occupazioni”.
Napoli,
6 luglio 1820
Ferdinando I Re d’Italia
Nel
tempo stesso il re nominò nuovi ministri, e dicendo
che le sue infermità non gli permettevano di sostenere le
fatiche indispensabili a chi governa, dette a suo figlio, duca di Calabria, la
carica di vicario generale del regno. Questo vicariato faceva ricordare la mala
fede dello stesso re di Sicilia. Il tutto dimostrava la poca volontà di
cambiare. Quindi i numerosi studenti minacciavano
di organizzare i tumulti se non veniva concessa
la costituzione di Spagna. I liberali, vedendo firmato il decreto dal
duca di Calabria, e non dal re, a ragione, ripeterono le minacce, finché
il decreto non venne firmato dal re in persona (13 luglio 1812).
Non una voce di vendetta
A
questo punto fa bene riflettere quanto sia grande la bonarietà del popolo, e
come l’amore morboso del potere spinga i regnanti all’abuso del potere
stesso.
Il
sangue sparso dal re Ferdinando nel 1799 era ancora presente nella memoria degli
insorti napoletani; molti di loro avevano assistito di persona ai misfatti del
re, ma tutti dissero concordamene: ”Non si parli del passato, si
dimentichino le prigioni, l’esilio, il padre o il figlio ucciso; il re governi
costituzionalmente e sarà amato da tutti”.
Purtroppo
il re la pensava diversamente:”Il potere mi viene dato da Dio, il popolo non
deve giudicare le mie azioni e molto meno lagnarsi. Ora dovrò sottostare alla
volontà del popolo, no...presto si vedrà che un re non si lascia offendere
impunemente”.
Il Re parte per Lubiana
Ferdinando
I s’imbarcò sul vascello inglese, il Vendicatore, ma fu costretto ad
approdare a Baia vicino Napoli, poiché il vascello aveva urtato, notte tempo,
una fregata inglese, e quindi fu necessario eseguire delle riparazioni. Una
rappresentanza del Parlamento accorse ad ossequiarlo; ed egli fece ai
diplomatici una buona accoglienza, mostrando loro il petto insignito del nastro
della setta carbonica, che neppure gli stessi carbonari mostravano più, e ripeté
tutto quanto aveva detto e giurato. Anche il duca di Ascoli, suo intimo amico e
compagno di sventura in Sicilia, si recò a fargli visita e gli disse:”Ora
che siete libero da ogni pericolo, ditemi in che modo devo regolarmi durante la
vostra assenza”.
Il re non fu contento della domanda del duca e lo rimproverò di dubitare della
sua volontà di concedere la Costituzione.
Dagli
scritti di Santorre di Santarosa (conte e capo dei rivoluzionari piemontesi)
Per
dare un’idea esatta delle cause che provocarono la rivoluzione
piemontese, e per farne cogliere il vero carattere, bisogna ritornare indietro
nel tempo, ad un’epoca memoranda in cui la caduta dell’impero francese
ridonò al Piemonte la sua esistenza politica e i suoi principi. Non v’è
cuore piemontese che non abbia serbato ricordo del 20 maggio 1814: mai
Torino vide spettacolo più
commovente - quel
popolo che si accalcava attorno al suo re; quella gioventù impaziente di
contemplarne le sembianze; quelle grida di gioia, quella cordiale esultanza
dipinta in ogni volto!
Nobili,
borghesi, popolani di città e di campagna, eravamo allora uniti da uno stesso
sentimento: avevamo le stesse speranze. Non più divisioni, non più tristi
memorie. Il Piemonte non formava che una sola famiglia, di cui Vittorio
Emanuele era il padre adorato.
2. PARTE
(Dagli
scritti di Santorre di Santarosa, conte e capo dei rivoluzionari piemontesi)
o la corona d’Italia o il
vassallaggio dell’Austria
1821.
Dopo la divisione fatta al Congresso di Vienna, gli uomini
ben pensanti in Europa, giudicarono non doversi ormai più considerare ”Casa
Savoia” per ciò che essa era, ma bensì per quello che potrebbe
divenire giovandosi della forza dell’opinione italiana. Il suo stato non
poteva essere che transitorio. Il re di Sardegna, stretto tra due grandi
potenze, si vedeva alfine ridotto a scegliere tra la corona d’Italia o il
vassallaggio all’Austria. Le gesta di tanti príncipi di Savoia, l’audace risolutezza
di Vittorio Amedeo II, la costanza di Emanuele Filiberto nella sventura, la
fermezza di Carlo Emanuele III, lasciavano sperare che questa Casa avrebbe,
alla prima occasione propizia, saputo compiere il suo destino. Allora si sarebbe
deciso se le fatiche guerriere di oltre venti predecessori di Vittorio Emanuele avessero fruttato,
per la gloria della loro dinastia, l’indipendenza d’Italia e la pace
d’Europa,... turbata così spesso da guerre, intraprese per disputarsi i brandelli
del nostro suolo, e avere la triste gloria di spogliarci e avvilirci. I
Lombardi erano contenti di vedersi
sudditi dell’Austria, la quale li trattava con certi riguardi per motivi
di convenienza. A Venezia, città ormai decaduta, con migliaia di operai senza
pane e senza speranza, già assaporavano tutta l’amarezza della dominazione
straniera.
La
rivoluzione di Napoli aveva agitato vivamente gli spiriti. Un solo desiderio
si leggeva negli sguardi di ognuno; i più saggi
proclamavano apertamente che si poteva prevenire la rivoluzione soltanto
con la promulgazione di una costituzione. I liberali non lasciarono nulla di
intentato per informare il re della sua vera situazione: egli poteva
ancora mettersi alla testa del movimento d’opinione piemontese; poteva guadagnarsi
con una sola parola il cuore di tutti: ma questa parola bisognava
pronunciarla. II consiglio dei Ministri fu convocato, la gran questione
discussa. Si sparse la voce nel popolo che il re avesse detto: ”Se i miei
sudditi desiderano veramente una costituzione, io non chiedo di meglio che
appagarli”. I nostri cuori si aprirono alla speranza, ma non durò che
un momento. Ignoro se in quel consesso sorgesse una voce a sostenere gli
interessi della patria. So purtroppo, dalla deliberazione presa, che il
desiderio forte del Piemonte fu disconosciuto .
La
rivoluzione di Spagna
La rivoluzione di Spagna fu un raggio di luce per tutti gli eserciti delle monarchie assolute: la sua rapidità produsse una fortissima impressione sui popoli e particolarmente su quella parte della società che è la più interessata al mantenimento dell’ordine a cui tutto viene sacrificato. Essa s’accorse che si poteva improvvisamente passare dalla misera sottomissione al benessere e alla libertà.
Gli
Austriaci passano il Po
Naturalmente gli Austriaci non potevano stare a guardare come in tutta l’Italia ci fossero sommosse e tumulti, così iniziarono a fare preparativi di guerra. Le truppe austriache passarono il Po, cosa che fece esplodere negli Italiani il sentimento patriottico che li riunì tutti sotto la stessa bandiera, anche se di idee politiche diverse.
Il
moto di Alessandria
3. PARTE
Dagli
scritti di Santorre di Santarosa (conte e capo dei rivoluzionari piemontesi)
Il
Tricolore innalzato ad Alessandria
Lisio
e Santarosa entrarono ad Alessandria la mattina del 12 marzo con i cavalleggeri
del re. Al loro arrivo il governatore decise di sgombrare la città. Verso
mezzogiorno le truppe costituzionali fecero il loro ingresso nella città. Nella
piazza principale venne proclamata la costituzione ed innalzato il Tricolore. Il
popolo dette libero sfogo alla gioia, e fu molto commovente, perché quel popolo
saggio non recò alcun insulto al dolore di alcune famiglie legate alla
monarchia.
Vittorio
Emanuele abdica
Vittorio
Emanuele, servo dell’Austria, si era impegnato con quest’ultima, a
non concedere al popolo italiano istituzioni liberali. Era sordo ai
richiami di costituzione dei suoi sudditi e non sapeva provvedere ai loro
bisogni. Mal consigliato o preso da rimorsi di coscienza, firmò l’atto di
abdicazione in favore di Carlo Alberto, Principe di Carignano. La notte del 13
marzo 1821 fu fatale alla nazione perché l’Italia cadde in un grande
squallore. Tantissimi giovani identificavano in Vittorio Emanuele: patria,
trionfi ed eroi caduti.
Dopo
l’annuncio della costituzione, il primo atto del governo costituzionale
sarebbe dovuto essere la dichiarazione di guerra all’Austria.
Carlo Alberto, però, manifestava tutt’altri
interessi e perdeva tempo in udienze e a contrariare i progetti dei vari
ministri. Santarosa non poteva rimanere inerte al comportamento del governo, così
in compagnia di Lisio e Collegno partì alla volta di Torino per parlare alla
Giunta. I componenti della Giunta vennero talmente colpiti dalle parole sincere
di Santarosa, che nello stesso giorno Carlo Alberto lo nominò ministro della
guerra.
Novara cercò di ribellarsi agli austriaci, ma la
rivolta venne subito sedata.
Il sacrificio di tanti martiri non fu vano, perché
quella rivoluzione era la prima, dopo secoli, intrapresa senza l’aiuto alcuno
dello straniero. Nei cuori degli italiani si poteva leggere:- Bada straniero,
l’Italia è stata conquistata, non sottomessa-!
Appello
ai giovani di Santorre di Santarosa
-O
giovani del mio sventurato paese! È a voi che l’Italia ha affidato le sue
ultime speranze. All’uscire dai collegi, o dalle case paterne, pieni
d’ardore e di vita, voi non vi vedrete attorno che stranieri che vi umiliano;
non avrete dinnanzi che un avvenire senza onore, senza gloria. Sì o gioventù
d’Italia, i tiranni stranieri credono che tu hai
ardore e coraggio solo a parole. La forza dello straniero può ritardare
il momento, ma non farà che rendere l’esplosione più terribile.-
Da:
I ricordi autobiografici di Giuseppe Mazzini
I
proscritti d’Italia
Una domenica dell’aprile 1821 io giovanetto,
passeggiavo con mia madre e un vecchio amico di famiglia per una strada di
Genova. In quei giorni l’insurrezione piemontese era stata soffocata
dall’Austria e dal tradimento dei Capi.Gli insorti si rifugiavano a Genova per
cercare riparo o per imbarcarsi per la Spagna, dove la rivoluzione aveva avuto
un buon fine. La città era piena di questi disgraziati eroi della patria
che non avevano più niente se non l’amore per l’Italia. Io li riconoscevo
dalla smorfia di sofferenza che avevano stampato in viso. La popolazione era
commossa e voleva aiutarli, tanto che alcuni avevano proposto a Santarosa
di impossessarsi della città e ordinarvi la resistenza. Tutto invano,
perché la città era sprovveduta militarmente. Non rimaneva che aiutare
finanziariamente questi patrioti. Quel giorno d’aprile anche mia madre dette
delle monete ad uno sconosciuto che poi venni a sapere era il capitano Rini,
caduto, come tanti altri, combattendo per la libertà della Spagna.
Quel giorno fu la prima volta che si affacciasse
confusamente all’anima mia, un pensiero che si poteva e si doveva combattere
per la libertà della Patria.
I
Moti carbonari del 1831
4. Parte
Dalle memorie di Carlo Cattaneo
I
tempi terribili
I
tempi diventavano sempre più difficili: l’Italia fremeva per il tanto sangue
versato a Milano, Padova, Pavia e in tante altre città che si erano rivoltate.
Gli
esuli non facevano altro che guardare da oltre oceano alla patria sofferente
sotto le sopruse dello straniero e del proprio re. Anche Giuseppe Garibaldi, che
era stato condannato a morte in contumacia, scrisse una lettera da Montevideo ad
Antonini, anche lui esiliato, nella quale esprimeva il desiderio di poter
offrire il suo aiuto al pontefice o al granduca di Toscana ed anche a Carlo
Alberto che lo aveva condannato. Tanti altri esiliati sarebbero voluti tornare
per morire per la patria, ma non chiedevano assolutamente nulla. Erano animati, non dalla gloria o ricchezze, ma da una sola
cosa: l’amore per l’Italia.
Non
aspettavano altro che Carlo Alberto si decidesse a difendere l’indipendenza
dell’Italia e a dimenticare tutte le discrepanze e differenze di opinioni che
c’erano state.
Ciò che l’Italia deve a
Mazzini
Molti
promotori dei moti milanesi erano stati allievi della Giovane Italia. Quel
movimento di patrioti che era stato sciolto, ma che penetrava piano piano nelle
moltitudini e negli animi, traendo fuori quei sentimenti scaturiti dall’odio
per lo straniero usurpatore. La dottrina era dunque sopravvissuta; il
convincimento aveva avuto più vigore dei riti e giuramenti. Ecco ciò che
l’Italia deve a Giuseppe Mazzini. Egli fu il precursore del Risorgimento. Egli
che nel 1831 aveva già in mente la grande rivolta del 1848. Egli che aveva
visto, sin da allora, il seno dell’Austria, come quello della vipera,
squarciato dai popoli in esso racchiusi.
I
membri della Giovane Italia andarono per il paese a parlare alla gente, a far
rinascere in loro ciò che lo straniero,
con la forza e complicità del re, aveva soppresso per tutti quegli anni.
Usarono qualunque occasione per soffiare sulla brace quasi spenta. Radunarono i
montanari toscani sulla tomba di Ferruccio, essi domarono con applausi dei
trasteverini romani i capricci del pontefice. Essi gettarono sul viso al barbaro
armato il guanto di sfida della nazione inerme; riuscirono a far gridare a una
voce dalla plebe che aveva taciuto per trent’anni:
- L’ora è giunta! L’Italia sa e l’Italia può!
-
Anno 1848
Il
1848 ha avuto in Italia, oltre i motivi politici e sociali, un suo profondo
motivo religioso, quello della libertà intesa come promessa evangelica, secondo
l’affermazione contenuta nei versi di un anonimo:
Evangelo
vuol dir libertà
Sorgi,
Italia, ti chiama una voce
Che
proclama dal soglio di Pietro
Il
verace di Cristo pensiero:
Evangelo
vuol dir libertà.
Quel
vangelo che ci rende fratelli,
che
accomuna le gioie e gli affanni,
quel
Vangelo non soffre tiranni:
Evangelo
vuol dir libertà!
Dalle memorie di Nicola Nisco (liberale del Mezzogiorno)
La Sicilia insorge
La
rivoluzione della Sicilia ebbe forma speciale e del tutto nuova: la rivoluzione
non ci fu di sorpresa, ma venne stabilita per il 12 gennaio (giorno
festivo per il re), e venne annunciata tre giorni prima con cartelli affissi nelle varie
località come Cefalù, Misilmeri, Bagnaia,
Palermo… per avvertire (come si faceva negli antichi tornei)
il nemico che si voleva attaccare.
All’alba
del 12 gennaio si videro sui muri delle case di Palermo cartelli con parole: “Ordine-Unione”,
e in nome del Comitato si davano disposizioni, si indicavano provvedimenti
rispondenti all’impresa.
La
rivoluzione avvenne nel giorno, nel luogo e nell’ora indicata. Infatti, appena
sparò il cannone, segno della festa reale, le campane iniziarono a suonare per
chiamare alla rivolta.
Dalle
memorie di Nicola Nisco: Storia del Reame di Napoli
Il bombardamento di Palermo
Il
luogotenente delle milizie reali, per ridurre la città alla resa, dette ordine
al colonnello Gross di bombardare Palermo con fuoco continuo. Alla mattina del
15 gennaio, il colonnello eseguì gli ordini ricevuti. La città venne colpita
a ripetizione dalle bombe e fu tanta la furia della devastazione, che
accese la commozione dell’ammiraglio Lussinton, comandante della flotta
ancorata nel porto, il quale contestò un simile misfatto da parte di un
esercito che si accaniva contro i propri fratelli. Nello stesso momento, il
corpo consolare fece appello a tutta l’Europa, affinché si mettese fine ad un
simile orrore. Allora il De Mayo scrisse al pretore di Palermo che avrebbe fatto
cessare il fuoco a condizione che anche i rivoltosi lo avessero fatto e che si
ascoltassero le richieste del popolo palermitano e le riferissero al re, che nel frattempo veniva chiamato:
“re bomba”! Il pretore rispose che il popolo era stanco della guerra e che
voleva solo giustizia e libertà, quella libertà: promessa dalla costituzione,
riconosciuta da tutti i potenti. Dopo tante traversie e tumulti nelle città di
Catania, Caltanissetta, Messina e Noto, il 25
marzo veniva aperto, con grande pompa, il Parlamento siciliano al cospetto
degli agenti consolari stranieri e della grande moltitudine della popolazione,
al rintocco delle campane e al rimbombo die cannoni. Dopo la santa messa,
Ruggero Settimo, Presidente del Comitato, rendeva noto il governo della regione
e terminò il suo discorso dicendo:- I
Borboni hanno cessato di regnare dal 1815. Iddio benedica e ispiri i voti del
Parlamento e guardi benigno la terra di Sicilia e la congiunga ai grandi destini
della nazione italiana.-
Dalle memorie di Angelo Brofferio
Lo Statuto celebrato a Torino
21 novembre 1848
Gli
avvenimenti fecero accorrere a Torino tutti i Municipi dell’antico Piemonte.
Per la prima volta si poteva ammirare il popolo in contegno da cittadino nella
pubblica strada, per mostrarsi al giorno dopo come soldato o con la toga del
legislatore. Allo squillo delle trombe sacre di bronzo, al rimbombo gioioso
delle artiglierie, si mettevano in marcia festivi drappelli. In prima fila
sventolava lo stendardo di Genova, seguivano quelli dei Municipi di Cagliari,
Sassari, Novara Aosta, Vercelli e tutte le altre belle e feconde province
dell’antico Piemonte. Nessuna provincia volle mancare a questo glorioso
avvenimento.
Al
passare delle bandiere, particolarmente si udiva:-Viva la gagliarda progiene
delle Alpi, viva la Provenza! Viva Nizza! Viva la Savoia italiana!-
Dalle memorie di Carlo Cattaneo
Le cinque giornate di Milano
Il
generalissimo Radetzky, attorniato dal suo stato maggiore, agognava
di fare scorrere sangue italiano e fare bottino di tutto, ripetendo così,
le stragi della Galizia. Come dubitarne, se nello stesso tempo si vedeva
comparire a Brescia, con grandi milizie, il carnefice Benedeck?
Al
primo di gennaio, tutti i giovani del regno, per colpire la finanza austriaca al
cuore, avevano deciso di non fumare più tabacco. Lo stato maggiore distribuì
trentamila sigari ai soldati e dette loro molti soldi per far sì che si
ubriacassero e andassero in città ad attaccar briga con chiunque incontrassero.
Alla sera del 3 gennaio, granatieri ungheresi e dragoni tedeschi si avventavano
sui pacifici cittadini con le sciabole ed evitando i giovani, ferivano e
uccidevano vecchi e fanciulli.
Quelli
che furono arrestati, vennero trovati senza armi, ma gli stessi giurarono che la
prossima volta sarebbero stati armati anche loro. Venne dato
l’ordine di processare ed impiccare entro due ore. L’infame legge
doveva entrare in vigore il martedì grasso, quando appunto cominciava il rito
ambrosiano e quel prolungamento del carnevale: festa che faceva accorrere a
Milano gente da tutti i dintorni.
Lo
spregevole Radetzky, per avere mano libera e non essere intralciato nei suoi
abominevoli piani, fece allontanare da Milano il governatore Spaur, uomo molto
mansueto, e il Vicerè con la sua famiglia.
Io,
abituato a restare sveglio fino a tarda notte, potei vedere dalla finestra, in
due ore, il passare di almeno nove pattuglie. Nella notte non si faceva altro
che udire il marciare di soldati. Trascorsero giorni di ansia e paura.
Ci
furono tante deportazioni, ma nessuno fuggiva; un lume di speranza ardeva in
tutti i cuori. Le notizie che pervenivano dalle altre regioni mantenevano acceso
il fuoco della speranza. Una volta era la ribellione di Palermo, un altro giorno
la costituzione di Napoli, di Firenze, di Torino o la repubblica a Parigi.
In
più si diceva, falso o vero, che Carlo Alberto aveva fatto preparare già
sessantamila fucili lungo la frontiera e che già quarantamila fossero già
stati introdotti in Italia ed erano
pronti per essere distribuiti. Tutto ciò faceva fremere la popolazione e dava
forza a sopportare i soprusi di Radetzky.
La
rivolta scoppiò! Per la città si vedeva correre il tricolore cisalpino e le
guardie austriache rimanevano immobili e stupefatte. Se qualcuno faceva capolino
dalla finestra, il popolo gli gridava che la rivoluzione si faceva per strada. I
giovani uscivano da ogni parte impugnando pistole, sciabole, bastoni; tutto ciò
che poteva servire a difendersi.
Ma
dei quarantamila fucili che si
diceva dovevano essere distribuiti ai rivoltosi, io non ne avevo visto nemmeno
l’ombra.
La
risolutezza e l’audacia con cui il popolo combatteva, fece credere agli
Austriaci che una mano forte e sapiente guidasse quei valorosi.
Lo
stesso Radetzky ne fu tanto convinto, che a tutta fretta si rifugiò nel
castello, dimenticando nel suo palazzo persino la sua spada, quella spada che
nei suoi grotteschi proclami vantava essere irresistibilmente vittoriosa.
Alle
otto di sera scrisse ai membri del municipio, intimando di disarmare la guardia
civile dicendo loro: - Mi riserbo poi di
far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere, per
indurre all’ubbidienza la città ribelle; ciò mi riuscirà facile, avendo a
disposizione un esercito agguerrito di centomila uomini e duecento pezzi di
cannone.-
Sulla via della libertà
Al
vedere il misero armamento della città, irrequieto e ansioso sollecitai gli
amici che vegliavano davanti al municipio a trasferirsi in un palazzo meno
esposto perché quello in cui si trovavano era
fra due strade principali e quindi vulnerabile.
Dopo
tanti inutili tentativi di convinzione, i miei consigli furono ascoltati. I
rivoltosi si spostarono in un’altra strada tortuosa e molto stretta, lasciando
solo un piccolo drappello come avanguardia. La linea di difesa si era formata in
modo tale da avere diversi posti di guardia e diverse barricate.
Il
pomeriggio del terzo giorno Radetzky mandò un parlamentare per chiedere ai
membri del consiglio municipale di trattare un armistizio di quindici giorni per
avere tempo di portare le loro richieste a Vienna. Dopo un pò fummo invitati
anche noi a deliberare sulla richiesta del generalissimo austriaco.
Io
espressi subito i miei dubbi sulla fiducia da dare a Radetzky, perchè nessuno
poteva assicurarci che subito dopo aver tolto le barricate avremmo potuto
dormire sonni sicuri, senza essere arrestati e impiccati.
Tutti
discussero con ardore sul da farsi, e giungemmo alla conclusione di non
accettare la ambigua proposta degli austriaci.
Il
parlamentare venne riaccompagnato fuori e fu allora che strigendo la mano ad uno
di noi gli disse: -Addio, brava e valorosa
gente italiana!- Dopo una intera generazione era quella la prima volta che
uno straniero diceva al nostro popolo una parola di giustizia!
5. PARTE
Dalle
memorie di Carlo Cattaneo
Radetzky
lascia Milano
Radetzky,
per nascondere la sua ritirata, approfittò dello scendere della sera; faceva
battere i tamburi e tuonare tutti i cannoni, quasi a volere far credere di
intraprendere un disperato assalto. Aveva fatto appiccare incendi a diversi
palazzi in zone diverse. Mentre io, guardando da una posizione molto alta,
cercavo di capire in quale zona della città ci fossero gli incendi, ad un
tratto divampò verso ponente una colonna altissima di fiamme, come se il nemico
distruggesse gli edifici della zona che non poteva difendere. Ma era solo una
quantità di paglia, di carri e di masserizie che il nemico bruciava nel cortile
per ardere i cadaveri dei propri morti, per occultare la prova della sconfitta.
Si disse poi, che avessero arso vivi, anche dei prigionieri e ostaggi dei quali
non si seppe più niente. Mentre il bagliore degli incendi e la furia delle
artiglierie tenevano impegnato il popolo, le milizie nemiche si ammassavano
furtivamente dietro il castello. Molti cittadini, però, si accorsero del
raggiro e dettero battaglia. Da tutte le parti della città si sentivano i
rintocchi delle campane dei sessanta campanili ormai liberati.
La ritirata del nemico
Il nemico riusciva a stento ad oltrepassare le linee dei rivoltosi e portarsi fuori della città. La situazione non era delle più facili, perché doveva condurre con sé le artiglierie, i feriti, più di trecento famiglie di ufficiali e di impiegati stranieri, gli anziani e decrepiti generali, gli sventurati ostaggi e qualche migliaio di soldati italiani. Molti di questi ultimi, che si erano schierati contro i fratelli, non erano d’accordo a seguire il nemico in fuga e quando si presentava l’occasione, disertavano.
Milano
dopo la vittoria
La città di Milano era in uno stato spaventoso: sulle strade c’erano migliaia di persone del posto o venute da fuori per visitare i parenti, per raccogliere i morti o a portare soccorso ai valorosi feriti nella battaglia. Altri cercavano di spostare le macerie provocate dagli incendi e dai cannoni nemici. C’era molto da fare! Le tegole dei palazzi danneggiati sparse sulla strada rendevano difficoltoso il passaggio dei soccorsi, quindi dovevano essere rimosse urgentemente. I cadaveri sparsi per terra dovevano essere raccolti e riconosciuti, per poi essere subito seppelliti, per evitare una epidemia di peste. Tutti si davano da fare, pur conservando la calma e l’orgoglio di avere scacciato il nemico. Quel nemico che solo cinque giorni prima vantava un esercito di 100 mila uomini e 200 mila pezzi di cannoni. Possedeva, poi, le tre grandi piazze d’armi di Mantova, Verona e Venezia, intorno alle quali ruotavano ben 72 punti di artiglierie e di navi da guerra.
6. PARTE
Dalle
memorie di Carlo Cattaneo
Radetzky
lascia Milano
Il 22 marzo del 1948, venne istituito a Venezia un governo provvisorio e vennero liberati dalle carceri i tantissimi padri della patria che vi erano stati rinchiusi dal tiranno austriaco.
Possedeva alla destra del Po, i forti di Ferrara, Comacchio, Brescello e Piacenza. La brama di ricchezze dei suoi generali, aveva acceso i cuori del popolo sottomesso, popolo che voleva vendicare la morte di tanti patrioti e i tantissimi soprusi che aveva dovuto subire.
Di tutta questa formidabile macchina militare, dopo le famose ”cinque giornate di Milano”, non ne rimase che un terzo. I soldati austriaci e mercenari vagavano senza viveri, senza tende, con i pochi stracci che avevano addosso, stracci che non li riparavano nemmeno più dal freddo pungente. Scappavano da quel popolo che non dava loro tregua, facendo sentire il proprio alito sulle loro teste. Delusi dai loro generali e dal loro sovrano che non voleva regnare su di un popolo, ma sottometterlo e derubarlo di tutto. Dopo le guerre persiane e la fuga del Barbarossa, non s’era mai mostrata così nuda al mondo intero la vanità della forza brutale.
Dalle
memorie autobiografiche di Giuseppe Garibaldi
Il
ritorno in Italia degli esiliati
In sessantatré lasciammo le sponde del fiume Plata per raggiungere la tanta amata Italia ed unirci ai rivoltosi. Ci imbarcammo sul brigantino Speranza, il cui noleggio era stato pagato con l’aiuto di tanti connazionali e con i nostri personali risparmi. Marciavamo con la brama e il desiderio di tutta la vita: alzare le tanto gloriose armi non per difendere terre straniere, ma offrirle alla veneranda patria nostra! L’idea di ritornare in patria era consolazione ad ogni dolore ed ogni pericolo che incombesse su di noi. Lasciavamo dietro di noi un popolo del nostro affetto. Avevamo diviso per tanti anni le poche gioie e i molti dolori. Lasciavamo i fratelli d’armi uruguaiani non vinti, non abbattuti, ma in preda al più malvagio dei concepimenti umani: la diplomazia francese. Quella terra che noi amavamo come figli racchiudeva le ossa di tanti nostri fratelli italiani generosamente caduti per difenderla! Il 15 aprile 1848 salpammo dal porto di Montevideo nonostante il cattivo tempo, ma con la brezza a favore. Nonostante l’oceano minaccioso, verso sera eravamo tra la costa di Maldonado e l’isola di Lobos. Avevamo davanti a noi l’immenso oceano Atlantico, ma il pensiero di dover combattere per la patria faceva ridurre, nella nostra mente, le distanze.
Sessantatrè, tutti giovani e diventati uomini sui campi di battaglia. Trascorrevamo le lunghe giornate di navigazione facendo sport, leggendo ed istruendoci approfittando dell’aiuto dei commilitoni letterati. Avevamo composto anche un inno patriottico che era diventato la preghiera di tutte le sere. Solcavamo l’oceano incerti delle sorti dell’Italia. Lo sbarco sarebbe avvenuto sulla costa toscana, dove incontrando amici o combattendo nemici. Una tappa a Santa Pola in Spagna fece cambiare la meta dello sbarco: si decise di sbarcare a Nizza. Il capitano della Speranza sceso a terra per rifornire la nave di viveri, fece velocemente ritorno a bordo con notizie tali da far impazzire uomini meno esaltati di noi. Palermo, Milano, Venezia e centinaia di altre città si erano rivolte contro gli austriaci; tutta la nazione rispondeva al richiamo della rivoluzione. Lascio immaginare l’effetto che produssero in noi quelle notizie. Sul ponte della Speranza era un abbracciarsi a vicenda e tutti gridammo: Alla vela! Alla vela! In un lampo fu issata l’ancora e la Speranza salpò.
Dalle
memorie autobiografiche di Giuseppe Garibaldi
Il ritorno in Italia degli esiliati
Dopo le strabilianti notizie e la breve tappa nel porto di Santa Pola in Spagna, il brigantino Speranza salpò alla volta di Nizza.
Il vento sembrava corrispondere al nostro desiderio, così in pochi giorni costeggiammo la Spagna, la Francia e giungemmo in vista dell’Italia, della terra promessa. Si era deciso di non sbarcare più in Toscana, perché ormai non dovevamo più nasconderci dal nemico, quindi scegliemmo Nizza perché era il primo porto italiano. Vi sbarcammo il 23 giugno. In tutti gli anni di sventure e delusioni avevo sperato sempre in tempi migliori. A Nizza vi era un complesso di felicità per me, come nessun uomo potrebbe mai sperare. Troppa felicità veramente! Ebbi quasi un presentimento di sciagure non lontane. La mia Anita ed i miei figli, partiti alcuni mesi prima, erano presso mia madre che non vedevo da ormai quattordici anni. Avrei riabbracciato parenti e preziosi amici che non vedevo dall’infanzia. Era una gioia immensa! Non eravamo ancora in porto quando vidi Anita esultante di gioia avvicinarsi alla nave con una barchetta. Tutta la popolazione esultava di gioia per l’arrivo di quei giovani valorosi. Quanti valorosi miei compagni sono caduti sulla terra natale senza averla mai vista libera dal nemico! Le loro ossa non vennero nemmeno sepolte e non ebbero nessuna lapide che ricordasse alle generazioni nuove tanto valore e tanto sacrificio.
7. PARTE
Dalle
memorie di Giuseppe Montanelli
È
la mattina del 21 marzo, nell’uscire di casa, molta gente per strada mi
circonda chiedendomi se sia vero che Metternich sia scappato da Vienna e che
Milano sia in rivoluzione. <Sì, sì!>, rispondo. <E cosa si
deve fare, ora? >, riprendono i miei interlocutori. Rispondo
<Prendere i fucili e partire>. Un grande applauso fa eco alle parole
sgorgatemi dal profondo del cuore e tutti gridano <Tutti in Lombardia, in
Lombardia!>.
Questo
grido suonava dovunque si sapesse che a Milano si combatteva. In quello stesso
giorno, Livio Zambeccari guidò i giovani bolognesi alla liberazione di Modena;
e con Doria e Mameli una moltitudine di genovesi, armati alla meglio, si
ritrovarono sulla strada per Milano.
Da
Roma e dal Piemonte si mossero moltitudini di patrioti. Il conte Arese venne
mandato da Carlo Alberto per chiedere aiuto ed armi. Gli studenti di Torino
avevano bisogno di armi per correre in aiuto di Milano.
Il
re che le aveva date al Sunderbund svizzero, le rifiutò agli insorti italiani.
Partenza
dei volontari toscani
Noi
partimmo divisi in due colonne: una da Pisa alla volta di Massa, l’altra da
Firenze alla volta di Modena.
Eravamo
nella prima pisani, senesi, lucchesi, maremmani, livornesi, con il battaglione
degli studenti capitanato dai professori. La seconda colonna era formata da
fiorentini, aretini, pistoiesi.
Io,
pur essendo capitano degli studenti, partecipai volontariamente da soldato
semplice, per dare il buon esempio, che quando si combatte per la patria, non
sono poi tanto importanti le spalline e i gradi. Era bello e commovente vedere
quei battaglioni in cui il medico marciava a fianco del contadino, l’avvocato
a fianco dell’operaio.
Che
bello sentirsi guerrieri d’Italia! Partimmo con gli auguri e le strette di
mano della gente accalcata per le vie. Partimmo fra uno sventolare di fazzoletti
delle donne affacciate ai balconi, donne che salutavano con le lacrime agli
occhi, i propri mariti, figli e amici. L’unica consolazione era il pensiero
che i loro cari avrebbero combattuto per la patria e si sarebbero coperti di
gloria.
Al
nostro passare nei paesetti, le campane suonavano a festa, piovevano fiori sulle
baionette, luccicanti al sole di primavera.
Le
battaglie di Curatone e Montanara
La
sera del 27 maggio, Radetzki esce da Verona con 32 mila uomini, 40 pezzi di
artiglieria e tante altre macchine militari.
Pensava
di sbarazzarsi di noi in pochissimo tempo; varcare il Mincio, mettersi alle
spalle dei piemontesi, per togliere loro i rifornimenti di ogni genere, così da
poter forzare da sinistra l’esercito dei ribelli italiani per prendere
Peschiera, che da tempo sotto l’artiglieria di Carlo Alberto, non avendo più
vettovaglie, era allo stremo e stava per capitolare.
La
mattina del 29, una bellissima
giornata calda e soleggiante, stavamo aspettando il nemico da ormai un’ora,
quando il colonnello Campia, mi domanda se la nostra compagnia se la sentiva di
andare a stanare il nemico. Malenchini prese con sé dieci uomini ed uscì dalle
trincee. Dopo nemmeno dieci minuti si sentirono i colpi di fucile nemico.
D’Arco
Ferrari non aveva fatto radere i campi coltivati per riguardo ai contadini,
cosicché i soldati nemici, al riparo delle spighe di grano, arrivavano
indisturbati fin sotto alle nostre trincee.
Poco
dopo la battaglia di Curtatone, anche a Montanara si inizia a combattere.
Laugier
era risoluto a resistere finché non fossero arrivati i tanto attesi piemontesi
e per dare esempio di prodezza, esce a cavallo allo scoperto per incitare i suoi
uomini, che gli rispondevano con uno sventolare di berretti in cima alle
baionette sguainate.
Giunto
a Montanara chiedo a Giovanetti perché facesse battere i bersaglieri
all’aperto. Egli sorridente mi risponde:< Gli Italiani devono mostrare
il petto al nemico>.
Gli
Austriaci vengono respinti più volte dalle nostre artiglierie. Il cielo azzurro
viene velato dal fumo delle esplosioni delle bombe.
Tutti
combattono e moltissimi cadono per difendere la patria. Fra questi anche il
geologo Leopoldo Pilla, che spirando sussurra: <Mi dispiace solo di non
aver potuto fare abbastanza per l’Italia >.
Le
pallottole dei fucili e le granate dei cannoni sibilano nell’aria calda. Gli
artiglieri corrono per il campo di battaglia, chi si straccia l’uniforme in
fiamme, chi cade colpito da una pallottola del nemico infame.
I giovani combattono da leoni e ogni evviva all’Italia rinfresca l’entusiasmo della battaglia come se fosse appena cominciata.
8. Parte
Dalle
memorie di Giuseppe Montanelli
Fine della
battaglia
Il
capitano Laugier aveva contato sull’aiuto dei piemontesi. Non vedendoli
arrivare, pensò che era meglio ritirarsi. Combattevamo da più di sei ore
e andare avanti significava spargere ancora sangue inutile. Le truppe
messe insieme erano formate da giovani valorosi, ma molto inesperti della
guerra; in più erano comandati da altrettanto giovani inesperti. Si era ancora
in tempo per evitare che una semplice ritirata diventasse una tremenda disfatta.
Proprio mentre ci si consigliava sul da farsi, arriva Giovanetti e chiede cosa
fosse meglio fare. <Ritiriamoci> fu la saggia risposta. Il valoroso
Chigi gli viene incontro con la mano sinistra troncata da una cannonata, e con
mirabile stoicismo agitando il sanguinoso moncherino grida: <Viva
l’Italia e maledizione a quelli che gridano in piazza, ma non vengono sul
campo di battaglia. >
Il
sole del 29 maggio era tetro ai miei occhi. Pensavo alle poveri madri e mogli
toscane, che pur non riabbracciando i loro figli e mariti consacrati
all’Italia, vedevano la patria ancora in catene. Nonostante le care perdite,
erano umiliate nel vedere gli Austriaci vincitori che, con i loro
festeggiamenti, insultavano il loro lutto.
Il maresciallo
Radetzky in persona avanzava alla testa di 25000 uomini alla volta di Goito, per
prendere da dietro i Lombardi e stringerli sulla riva del Mincio: la sua destra
doveva espugnare Goito e battere il nostro centro, mentre la sua sinistra
avrebbe stretto il nostro fianco destro. Inoltre, un reggimento di 12000 uomini
avanzava verso Ceresara per impedire la nostra ritirata. La battaglia fu molto
sanguinosa. I bersaglieri riuscirono a portare lo scompiglio nelle file nemiche.
Nel frattempo la brigata Aosta giunge sulle prime linee, Il duca di Savoia è
ferito ad una coscia, ma continua a battersi con i suoi soldati. Il re sempre in
prima linea viene ferito anche ad un orecchio. Una batteria nemica si spinge
avanti conquistando del terreno, ma Bava se ne accorge in tempo e, mandando da
quel lato una parte del suo centro con quattro pezzi di artiglieria, ricaccia il
nemico. Alle sette di sera gli Austriaci non reggono più all’urto dei
rivoltosi e fugge in ritirata inseguito dai reggimenti di cavalleria di Aosta e
Nizza. Ad un tratto, fra le cannonate e la polvere, si fa strada un ufficiale
che porta un dispaccio del duca di Genova al re. La notizia corre su tutte le
bocche tremanti dei combattenti: <Peschiera è libera>. Un
sorriso balenò sulle labbra di Carlo Alberto, e rivolgendosi ai soldati
disse:<Ora i caduti di Curtatone e Montanara sono
vendicati>.
Dalle
memorie di Cristina Trivulzio di Belgioioso
Il
ritorno degli Austriaci a Milano
La mattina del
4 agosto 1848 si diceva che gli Austriaci fossero a cinque miglia da Milano, a
poca distanza dal parco d’artiglieria piemontese di Noverasco. Il Re con il
grosso delle truppe si era accampato fuori Porta Romana, nei pressi di
Noverasco. Il nemico avrebbe potuto avanzare fino alla Porta Romana senza
trovare resistenza. Purtroppo la situazione era questa! Dirigendomi in quella
direzione, vidi io stessa la gente cercare di sottrarsi alle bombe nemiche
abbandonando le postazioni dietro le barricate. Corsi immediatamente al Comitato
di difesa, dove i comandanti, ignari della situazione, redigevano gli ordini del
giorno. Erano dell’opinione che fuori delle mura c’era l’esercito
piemontese. Appena ascoltarono la mia testimonianza, la guardia nazionale
accorse in massa, là dove il nemico incombeva. Lo respinsero, fecero 200
prigionieri e lo costrinsero a ritirarsi di tre miglia. Le campane suonarono a
storno per chiamare il popolo alle armi. Si formarono barricate usando grandi
massi e mobili di ogni genere. Nella notte del 5 agosto il Re rientrò di
nascosto a Milano e la mattina stessa, il popolo venne a sapere che lo stesso si
era arreso al nemico. Le truppe piemontesi si preparavano a partire, lasciando
il popolo, ancora incredulo, alla mercè degli Austriaci e il loro comandante
Radetzky. Quello stesso giorno, alle sei di sera, il nemico doveva entrare a
Milano. La disperazione della gente era indescrivibile. Gli uomini piangevano
dalla rabbia, sembravano impazziti dal dolore. D’un tratto, sembrò che la
folla avesse un solo corpo: tutti si spostarono verso Palazzo Greppi, dove si
era rifugiato il Re, per impedirgli la fuga da Milano. In un istante vennero
sopraffatte le guardie e il palazzo venne invaso. Una rappresentanza della
guardia nazionale chiese al Re i motivi della sua capitolazione. Egli negò, ma
fu costretto ad affacciasi ad un balcone per parlare al popolo infuriato. Carlo
Alberto parlò alla folla, scusandosi per non aver creduto nei sentimenti di
libertà dei Milanesi. Qualcuno sparò alcuni colpi di fucile contro il Re e il
popolo gridò: <Se è così, strappate la capitolazione!>.
Il Re allora prese dalla tasca un foglio di carta, lo tenne in
alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece in mille pezzi. Carlo Alberto
rimaneva con il suo esercito a difesa di Milano. Fu una grande gioia, si
ripresero i preparativi di difesa. Venne la sera, ma degli Austriaci nemmeno
l’ombra. Per rendere più efficiente la difesa, si erano incendiate le case
della povera gente fuori della Porta Romana. Era questo un nuovo sacrificio
fatto alla causa nazionale da famiglie di disagiate condizioni; eppure non si udì
nessuna lamentela.
9. Parte
Nomina
di Mazzini a rappresentante del popolo
La commissione provvisoria municipale mandò una
rappresentanza a Firenze per annunciare al Mazzini la sua elezione a
rappresentante del popolo romano. Giuseppe Mazzini accettò ben volentieri la
proposta e scrisse una lettera al Presidente. Nella lettera esprimeva la sua
gioia di poter impegnare tutte le sue forze e i futuri anni per la giusta causa
dell’unità d’Italia. Venti lunghi anni di esilio non avevano scalfito il
suo amore per la Patria, anzi, lo avevano rinvigorito. Nella fede per l’Italia
aveva vissuto e nella stessa fede sarebbe morto.
6
Marzo 1949 Assemblea Costituente
Mazzini si siede alla destra del Presidente ed
inizia il suo discorso:
-Per
me Roma fu sempre una specie di talismano: quando da ragazzo studiavo la storia d’Italia, leggevo sempre di
tante nazioni che sorgevano, dominavano le altre per poi soccombere e non
rialzarsi più. Una sola città è stata sempre privilegiata da Dio: Roma.
Rivedo ancora la prima Roma degli imperatori espandersi fino in Africa e ai
confini dell’Asia; vedo Roma perire e quasi cancellata sotto la forza dei
barbari, ma poi risorgere dopo aver cacciato gli stessi barbari. L’ ho vista
risorgere più potente, ma non con le armi, bensì nel nome dei Papi. Io dicevo
nel mio cuore: è impossibile che una città che ha avuto tante vite, debba
soccombere sotto gli Austriaci.
Giuseppe
Garibaldi e i Mille
L’ordine dell’imbarco era stato dato per le ore
nove. A quell’ora Nino Bixio doveva impadronirsi di due battelli a vapore, Piemonte
e Lombardo, ormeggiati in darsena, e poi andare a prendere Garibaldi e i
suoi fedeli. In porto era un formicolio di persone che salutavano i figli,
parenti e amici che si imbarcavano con Garibaldi. Arrivò anche il generale
nella sua camicia rossa e il poncio sulle spalle. Tutti fecero rispettoso
silenzio, solo un vecchio siciliano si fece avanti e gli disse:-Generale,
ieri ti ho portato i miei quattro figli, oggi ti porto gli auguri della
vittoria. Io vi dico in nome di Dio che libererete la Sicilia.!- Erano da
pochi minuti a bordo che Garibaldi chiese ad un ufficiale il numero esatto dei
volontari. L’ufficiale gli rispose:
-Più di mille!-
Comincia,
così, la liberazione della Sicilia. I Mille, guidati da Garibaldi e
aiutati dai valorosi soldati liguri liberano paese dopo paese. I nostri valorosi
volontari erano sordi alle cannonate del nemico, anzi, il boato dei cannoni li
rinvigoriva sempre di più, e sistemate le baionette attaccavano come forsennati
costringendo il nemico a darsi alla fuga. La vittoria di Calatafini segnò il
primo traguardo dei rivoltosi e di tutti i “picciotti” palermitani che vi
avevano preso parte. Palermo è libera! Le truppe nemiche si imbarcano per
lasciare la città ai vincitori. Anche il sanguinario generale svizzero Van
Mechel deve inchinarsi ai vincitori. Non poteva darsi pace e, bestemmiando in
tedesco e in italiano, dava la colpa al governo di caproni se in quel momento
doveva volgere le spalle ad un gruppo di ragazzi e una spregevole popolaglia.
Van Mechel, prima di salire sulla nave, avvicinandosi a Bixio gli sussurrò in
un orecchio:- Ci rivedremo.- Nino Bxio gli rispose alzando il dito:- Sì,
ti rivedrò a Napoli.- I Mille, con Garibaldi liberano anche Napoli.
L’ultimo tassello mancava: Roma. Solo Roma poteva essere la capitale
del regno d’Itala! Il motto era:- Roma o morte!-
Dalle
memorie di De Amicis
La
breccia di Porta Pia
L’accoglienza
della popolazione di Roma fatta all’esercito italiano era degna della futura
capitale. Tutto aveva superato non solo le aspettative, ma anche
l’immaginazione. La mattina seguente ogni guarnigione combatteva per
conquistare l’ingresso delle varie porte della città. Le artiglierie stavano
ancora bersagliando le porte, mentre le fanterie aspettavano di poter entrare in
azione. Dopo alcuni colpi di artiglieria, si vide un varco enorme nelle mura di
Porta Pia. Sei guarnigioni di Bersaglieri non aspettavano altro. Al suono
d’attacco delle trombe si scagliarono tutti nella breccia. Il rumore dei
colpi dei fucili del nemico era attutito dalle trombe dei valorosi
Bersaglieri. Alcuni ufficiali e soldati caddero sul campo, ma Porta Pia era
anche caduta. Le truppe si riversarono per le vie della città e si arrivarono
tutti al Quirinale, dove il cielo era coperto dallo sventolio dei tricolori
e tutti gridavano:
-
Arrivano i nostri soldati, i nostri fratelli! –
Discorso
del Re Vittorio Emanuele II
L’Italia
è unita
-Signori
Senatori! Signori Deputati! Oggi 27 novembre 1871 l’Italia è
restituita a sé stessa ed a Roma. L’opera a cui consacrammo la nostra vita e
per cui sono caduti in tanti, è compiuta. Noi abbiamo conquistato il nostro
posto nel mondo difendendo i diritti della nazione. Oggi che l’unità
nazionale è compiuta, dobbiamo cercare nella libertà e nell’ordine il
segreto della forza e della conciliazione.
Cari
lettori de ”Il Menestrello”, con questo numero si conclude l’avvincente
cronologia degli avvenimenti che hanno portato all’Unità d’Italia.
In
questo mese ci sarà la beatificazione di Madre Teresa, quindi dal
prossimo numero, ci occuperemo di questa grande esile donna che per aiutare i
poveri, è riuscita a parlare ai cuori di tante personalità della politica e
del mondo dello spettacolo.