L ’ U N I T À     D ’ I T A L I A

 

Prefazione

Negli ultimi tempi, molto spesso è stato ”attentato” all’Unità d’Italia… Unità che è costata la vita a tantissimi eroi, che con il loro sacrificio hanno scacciato i tanti oppressori che si sono succeduti.

A partire da questo numero, riporteremo il lungo cammino e i grandi avvenimenti che portarono all’Unità d’Italia.

Gli avvenimenti saranno raccontati, in modo semplice e succinto, da coloro che ne furono protagonisti, o partecipi, o testimoni.

 

Iniziamo con una breve pagina di Cesare Balbo, dove lo scrittore espone la vergogna che gli Italiani sentivano d’essere tra i popoli più oscuramente e illiberalmente governati d’Europa”.

         

Dagli scritti di Cesare Balbo (uomo politico e scrittore)

1815 - 1821

L’Italia dopo il Congresso di Vienna

Mentre tutta 1’Europa progredì lentamente nella restaurazione continentale dei governi rappresentativi (dalla Francia alla Spagna, alla Prussia, quasi tutta la Germania, ed alla Grecia), l’Italia rimase sotto la preponderanza dominante dell’Austria. Da tutti vennero restaurate le forme antiche, assolute. E il re piemontese agì peggio degli altri. Ci furono pochi progressi (chiamate riforme). Quei primi vent’anni, bisogna dirlo, furono i più oscuri e improduttivi vissuti mai dall’Italia, che dal Congresso di Vienna era stata ridotta ad un mosaico.

La divisione in tanti stati e staterelli, separati da rigide barriere doganali danneggiava l’economia del Paese. Lo scontento era più sentito nelle regioni del Nord, dove le fiorenti industri della seta venivano ostacolate dalla politica conservatrice degli Austriaci.

 

Dagli scritti di Guglielmo Pepe (generale degli insorti napoletani)

Gli insorti pronti all’azione

Avevo con me quattro reggi­menti di cavalleria, quasi tutte le milizie della provincia di Avellino (cir­ca cinquemila), ed un batta­glione di bersaglieri. I carbo­nari in armi, ordinati in corpi sciolti, erano circa ventimila. Da Foggia attendevo il reggi­mento di cavalleria di Russo: cinquemila militi, e carbonari quanti più ne volessi. Mentre io dettavo istruzioni ai capi dei corpi, e studiavo come ordinare provvisoriamente alla meglio gli insorti, mi giunsero lettere del duca di Calabria e messaggeri del re, che mi assicura­vano la concessione della costi­tuzione da parte della Spagna. Quindi non vi era più bisogno di combattere.

   


Il re concede la costituzione

Ecco in succinto ciò che era accaduto a Napoli.

Appena si seppe della mia mossa con i due reg­gimenti di cavalleria, la gioven­tù, già tutta nutrita d’idee libe­rali, vedendo il governo incapace di far argine alla rivoluzione, si unì, e chiese che il re desse la costituzione. Questi radunò in consiglio i ministri e le perso­ne che credette più opportune, per fedeltà e senno.  All’unanimità fu richiesto che si concedesse la co­stituzione. E così fu. Il re pertanto promul­gò l’editto che segue:

“Alla nazione del regno delle Due Sicilie.

Essendosi manifestato il vo­to generale della nazione del Regno delle Due Sicilie di volere un regno costituzionale, di pie­na volontà nostra, consentiamo e promettiamo nel corso di otto giorni di pubblicarne le basi.Fino alla pubblicazione del­la costituzione, le leggi vigenti rimarranno in vigore. Soddisfatto in questo modo il volere pubblico, ordiniamo che le truppe ritornino ai loro cor­pi, e ognuno alle proprie occupazioni”.

          

Napoli, 6 luglio 1820                                                         Ferdinando I Re d’Italia   

 

Nel tempo stesso il re nominò nuovi ministri, e dicendo  che le sue infermità non gli permettevano di sostenere le fatiche indispensabili a chi governa, dette a suo figlio, duca di Calabria, la carica di vicario generale del regno. Questo vicariato faceva ricordare la mala fede dello stesso re di Sicilia. Il tutto dimostrava la poca volontà di cambiare. Quindi i numerosi studenti  minacciavano di organizzare i tumulti se non veniva concessa  la costituzione di Spagna. I liberali, vedendo firmato il decreto dal duca di Calabria, e non dal re, a ragione, ripeterono le minacce, finché  il decreto non venne firmato dal re in persona (13 luglio 1812).

 

Non una voce di vendetta

A questo punto fa bene riflettere quanto sia grande la bonarietà del popolo, e come l’amore morboso del potere spinga i regnanti all’abuso del potere stesso.

Il sangue sparso dal re Ferdinando nel 1799 era ancora presente nella memoria degli insorti napoletani; molti di loro avevano assistito di persona ai misfatti del re, ma tutti dissero concordamene: ”Non si parli del passato, si dimentichino le prigioni, l’esilio, il padre o il figlio ucciso; il re governi costituzionalmente e sarà amato da tutti”.

Purtroppo il re la pensava diversamente:Il potere mi viene dato da Dio, il popolo non deve giudicare le mie azioni e molto meno lagnarsi. Ora dovrò sottostare alla volontà del popolo, no...presto si vedrà che un re non si lascia offendere impunemente”.

 

 

Il Re parte per Lubiana

 

Ferdinando I s’imbarcò sul vascello inglese, il Vendicatore, ma fu costretto ad approdare a Baia vicino Napoli, poiché il vascello aveva urtato, notte tempo, una fregata inglese, e quindi fu necessario eseguire delle riparazioni. Una rappresentanza del Parlamento ac­corse ad ossequiarlo; ed egli fe­ce ai diplomatici una buona accoglienza, mo­strando loro il petto insignito del na­stro della setta carbonica, che neppure gli stessi carbonari mostravano più, e ripeté tutto quanto aveva detto e giurato. Anche il duca di Ascoli, suo intimo amico e compagno di sventura in Sici­lia, si recò a fargli visita e gli disse:Ora che siete libero da ogni pericolo, ditemi in che modo devo regolarmi durante la vostra assen­za. Il re non fu contento della domanda del duca e lo rimproverò di dubitare della sua volontà di concedere la Costituzione.

 

Dagli scritti di Santorre di Santarosa (conte e capo dei rivoluzionari piemontesi)

 
La rivoluzione Piemontese del 1821

 

Per dare un’idea esatta del­le cause che provocarono la ri­voluzione piemontese, e per far­ne cogliere il vero carattere, bisogna ritornare indietro nel tempo, ad un’epoca me­moranda in cui la caduta dell’impero francese ridonò al Piemonte la sua esistenza politica e i suoi principi. Non v’è cuore piemontese che non abbia ser­bato ricordo del 20 maggio 1814: mai Torino  vide spet­tacolo più commovente - quel popolo che si accalcava attor­no al suo re; quella gioventù impaziente di contemplarne le sembianze; quelle grida di gioia, quella cordiale esultanza dipinta in ogni vol­to!

Nobili, borghesi, popolani di città e di campagna, erava­mo allora uniti da uno stesso sentimento: avevamo le stesse speranze. Non più divi­sioni, non più tristi memorie. Il Piemonte non formava che una sola famiglia, di cui Vitto­rio Emanuele era il padre ado­rato.

Ma quel buon principe era attorniato da consiglieri inetti: lo persuasero che bisognava sta­bilire sulle vecchie basi la mo­narchia dei suoi avi. Così facemmo un passo indietro di mezzo secolo.

 


 

2. PARTE

 

(Dagli scritti di Santorre di Santarosa, conte e capo dei rivoluzionari piemontesi)

o la corona d’Italia o il vassallaggio dell’Austria

1821. Dopo la divisione fatta al Congresso di Vienna, gli uomi­ni ben pensanti in Europa, giu­dicarono non doversi ormai più considerare ”Casa Savoia” per ciò che essa era, ma bensì per quello che potrebbe divenire giovan­dosi della forza dell’opinione italiana. Il suo stato non pote­va essere che transitorio. Il re di Sardegna, stretto tra due grandi potenze, si vedeva alfi­ne ridotto a scegliere tra la co­rona d’Italia o il vassallaggio all’Austria. Le gesta di tanti príncipi di Savoia, l’audace ri­solutezza di Vittorio Amedeo II, la costanza di Emanuele Fi­liberto nella sventura, la fer­mezza di Carlo Emanuele III, lasciavano sperare che questa Casa avrebbe, alla prima occa­sione propizia, saputo compiere il suo destino. Allora si sareb­be deciso se le fatiche guerriere di oltre venti predecessori di Vittorio Emanuele avessero fruttato, per la gloria della loro dinastia, l’in­dipendenza d’Italia e la pace d’Europa,... turbata così spesso da guerre, intraprese per disputarsi i brandelli del nostro suolo, e ave­re la triste gloria di spogliarci e avvilirci. I Lombardi erano contenti  di vedersi sud­diti dell’Austria, la quale li trat­tava con certi riguardi per motivi di convenienza. A Venezia, città ormai decaduta, con migliaia di operai sen­za pane e senza speranza, già assaporavano tutta l’amarezza della dominazione straniera.

La rivoluzione di Napoli

La rivoluzione di Napoli ave­va agitato vivamente gli spiriti. Un solo desiderio si leggeva ne­gli sguardi di ognuno; i più saggi  proclamava­no apertamente che si poteva prevenire la rivoluzione soltan­to con la promulgazione di una costituzione. I liberali non lasciarono nulla di  intentato per informare il re della sua vera situazione: egli poteva ancora mettersi alla testa del movimen­to d’opinione piemontese; poteva gua­dagnarsi con una sola parola il cuore di tutti: ma questa paro­la bisognava pronunciarla. II consiglio dei Ministri fu convo­cato, la gran questione discussa. Si sparse la voce nel popolo che il re avesse detto: ”Se i miei sudditi desiderano veramente una costituzione, io non chiedo di meglio che appagarli”. I nostri cuori si aprirono alla spe­ranza, ma non durò che un momento. Ignoro se in quel con­sesso sorgesse una voce a soste­nere gli interessi della patria. So purtroppo, dalla deliberazio­ne presa, che il desiderio forte del Piemon­te fu disconosciuto .

La rivoluzione di Spagna

La rivoluzione di Spagna fu un raggio di luce per tutti gli eserciti delle monarchie assolu­te: la sua rapidità produsse una fortissima im­pressione sui popoli e particolarmente su quella parte della società che è la più interessata al mantenimento dell’or­dine a cui tutto viene sacrificato. Essa s’accorse che si poteva improvvisamente pas­sare dalla  misera sottomissione al benessere e alla libertà.

Gli Austriaci passano il Po

Naturalmente gli Austriaci non potevano stare a guardare come in tutta l’Italia ci fossero sommosse e tumulti, così iniziarono a fare preparativi di guerra. Le truppe austriache passarono il Po, cosa che fece esplodere negli Italiani il sentimento patriottico che li riunì tutti sotto la stessa bandiera, anche se di idee politiche diverse.

Il moto di Alessandria

Il moto di Alessandria ebbe inizio il 10 marzo 1821 alle due del mattino. Il capitano Palma, fatte prendere le armi al reggimento Genova, proclamò la costituzione al grido di ” Viva il Re!”. I Dragoni del re guidati dal capitano Boronis e dal tenente Bianco, si muovono in silenzio dai loro quartieri e riunitisi sul ponte del fiume Tanaro s’introducono nella cittadella di Alessandria, passando per la porta lasciata aperta dall’ufficiale di guardia. Con loro penetra un numero elevatissimo di cittadini, uniti per la causa italiana. Giunsero nella cittadella altri reggimenti tra cui quello del colonnello conte Santarosa che capeggiava i dragoni della regina. Al grido di libertà rispose anche il giovane capitano Lisio che, arrivato in caserma gridò ai sottufficiali e soldati: ”su compagni, a cavallo, corriamo dove la salvezza d’Italia e l’onore del nostro sovrano ci chiamano”. Le trombe squillano, i cavalleggeri sono pronti per partire, quando arriva il maggiore Tana. Il giovane Lisio gli dice: ”Maggiore, si metta alla nostra testa”. Il maggiore cerca di temporeggiare, ma Lisio senza titubare grida: ”Bisogna partire subito”, e rivolto ai cavalleggeri: ”a cavallo amici, a cavallo, in nome del Re e della Patria”.  In cinque minuti partirono 300 cavalleggeri. In quel momento giungeva anche Santarosa, prorompendo al grido di ”guerra agli Austriaci!” E ”guerra agli Austriaci” ripeteva quella gioventù piena di ardore e amore per l’Italia.

 


 

3. PARTE

 

Dagli scritti di Santorre di Santarosa (conte e capo dei rivoluzionari piemontesi)

Il Tricolore innalzato ad Alessandria

Lisio e Santarosa entrarono ad Alessandria la mattina del 12 marzo con i cavalleggeri del re. Al loro arrivo il governatore decise di sgombrare la città. Verso mezzogiorno le truppe costituzionali fecero il loro ingresso nella città. Nella piazza principale venne proclamata la costituzione ed innalzato il Tricolore. Il popolo dette libero sfogo alla gioia, e fu molto commovente, perché quel popolo saggio non recò alcun insulto al dolore di alcune famiglie legate alla monarchia.

Vittorio Emanuele abdica

Vittorio Emanuele, servo dell’Austria, si era impegnato con quest’ultima, a non concedere al popolo italiano istituzioni liberali. Era sordo ai richiami di costituzione dei suoi sudditi e non sapeva provvedere ai loro bisogni. Mal consigliato o preso da rimorsi di coscienza, firmò l’atto di abdicazione in favore di Carlo Alberto, Principe di Carignano. La notte del 13 marzo 1821 fu fatale alla nazione perché l’Italia cadde in un grande squallore. Tantissimi giovani identificavano in Vittorio Emanuele: patria, trionfi ed eroi caduti.

L’Italia è conquistata, non sottomessa

Dopo l’annuncio della costituzione, il primo atto del governo costituzionale sarebbe dovuto essere la dichiarazione di guerra all’Austria.

Carlo Alberto, però, manifestava tutt’altri interessi e perdeva tempo in udienze e a contrariare i progetti dei vari ministri. Santarosa non poteva rimanere inerte al comportamento del governo, così in compagnia di Lisio e Collegno partì alla volta di Torino per parlare alla Giunta. I componenti della Giunta vennero talmente colpiti dalle parole sincere di Santarosa, che nello stesso giorno Carlo Alberto lo nominò ministro della guerra.

Novara cercò di ribellarsi agli austriaci, ma la rivolta venne subito sedata.

Il sacrificio di tanti martiri non fu vano, perché quella rivoluzione era la prima, dopo secoli, intrapresa senza l’aiuto alcuno dello straniero. Nei cuori degli italiani si poteva leggere:- Bada straniero, l’Italia è stata conquistata, non sottomessa-!

Appello ai giovani di Santorre di Santarosa

-O giovani del mio sventurato paese! È a voi che l’Italia ha affidato le sue ultime speranze. All’uscire dai collegi, o dalle case paterne, pieni d’ardore e di vita, voi non vi vedrete attorno che stranieri che vi umiliano; non avrete dinnanzi che un avvenire senza onore, senza gloria. Sì o gioventù d’Italia, i tiranni stranieri credono che tu hai  ardore e coraggio solo a parole. La forza dello straniero può ritardare il momento, ma non farà che rendere l’esplosione più terribile.-

 

Da: I ricordi autobiografici di Giuseppe Mazzini

I proscritti d’Italia

Una domenica dell’aprile 1821 io giovanetto, passeggiavo con mia madre e un vecchio amico di famiglia per una strada di Genova. In quei giorni l’insurrezione piemontese era stata soffocata dall’Austria e dal tradimento dei Capi.Gli insorti si rifugiavano a Genova per cercare riparo o per imbarcarsi per la Spagna, dove la rivoluzione aveva avuto un buon fine. La città era piena di questi disgraziati eroi della patria che non avevano più niente se non l’amore per l’Italia. Io li riconoscevo dalla smorfia di sofferenza che avevano stampato in viso. La popolazione era commossa e voleva aiutarli, tanto che alcuni avevano proposto a Santarosa  di impossessarsi della città e ordinarvi la resistenza. Tutto invano, perché la città era sprovveduta militarmente. Non rimaneva che aiutare finanziariamente questi patrioti. Quel giorno d’aprile anche mia madre dette delle monete ad uno sconosciuto che poi venni a sapere era il capitano Rini, caduto, come tanti altri, combattendo per la libertà della Spagna.

Quel giorno fu la prima volta che si affacciasse confusamente all’anima mia, un pensiero che si poteva e si doveva combattere per la libertà della Patria.

I Moti carbonari del 1831

La Carboneria mi appariva un vasto e potente corpo, ma senza capo: un’associazione alla quale non erano mancate generose intenzioni patriottiche e idee, ma il metterle in atto. Si era riuscito a mettere insieme classi sociali tanto diverse fra di loro: sacerdoti, scrittori, politici, operai. Mancava di un programma determinato che le aveva tolto sempre il successo finale. Queste riflessioni mi vennero suggerite dall’esame dei tentativi e delle sconfitte. Una cosa era certa: non si doveva collocare la speranza di vittoria nell’appoggio di governi stranieri. Nei moti del 1831 il progresso delle tendenze si era rivelato innegabile. L’insurrezione non aveva invocato l’aiuto delle milizie o delle alte classi sociali, ma era sgorgata dalle viscere del paese, della gente senza nome. I giovani a Bologna salivano sulle sedie dei bar per leggere in pubblico le notizie dei giornali. Si preparavano armi, si ordinavano compagnie di volontari e si sceglievano i capi. L’attentato alla casa di Ciro Menotti del 2 febbraio aveva dato il segnale. Il 4 febbraio Bologna si era svegliata con il grido di rivoluzione, il 5 il popolo di Modena aveva cacciato Duchi e duchisti, ne seguirono Imola, Faenza, Forlì, Cesena e Ravenna. Il 7 febbraio Ferrara ne aveva seguito l’esempio: gli Austriaci si erano ritirati. Il moto si allargò sempre di più arrivando a coinvolgere  Perugia, Terni, Macerata e tante altre. Tutto questo si era operato per impulso collettivo. Mentre le donne cucivano coccarde e tricolori, i veterani della guerra mostravano ai giovani ancora perplessi le ferite riportate nelle battaglie contro lo straniero. Così il 25 febbraio si potevano contare due milioni e mezzo di italiani che avevano abbracciato la Causa Nazionale.

 

4. Parte

Dalle memorie di Carlo Cattaneo

I tempi terribili

 

I tempi diventavano sempre più difficili: l’Italia fremeva per il tanto sangue versato a Milano, Padova, Pavia e in tante altre città che si erano rivoltate.

Gli esuli non facevano altro che guardare da oltre oceano alla patria sofferente sotto le sopruse dello straniero e del proprio re. Anche Giuseppe Garibaldi, che era stato condannato a morte in contumacia, scrisse una lettera da Montevideo ad Antonini, anche lui esiliato, nella quale esprimeva il desiderio di poter offrire il suo aiuto al pontefice o al granduca di Toscana ed anche a Carlo Alberto che lo aveva condannato. Tanti altri esiliati sarebbero voluti tornare per morire per la patria, ma non chiedevano assolutamente nulla. Erano animati, non dalla gloria o ricchezze, ma da una sola cosa: l’amore per l’Italia.

Non aspettavano altro che Carlo Alberto si decidesse a difendere l’indipendenza dell’Italia e a dimenticare tutte le discrepanze e differenze di opinioni che c’erano state.

 

Ciò che l’Italia deve a Mazzini

Molti promotori dei moti milanesi erano stati allievi della Giovane Italia. Quel movimento di patrioti che era stato sciolto, ma che penetrava piano piano nelle moltitudini e negli animi, traendo fuori quei sentimenti scaturiti dall’odio per lo straniero usurpatore. La dottrina era dunque sopravvissuta; il convincimento aveva avuto più vigore dei riti e giuramenti. Ecco ciò che l’Italia deve a Giuseppe Mazzini. Egli fu il precursore del Risorgimento. Egli che nel 1831 aveva già in mente la grande rivolta del 1848. Egli che aveva visto, sin da allora, il seno dell’Austria, come quello della vipera, squarciato dai popoli in esso racchiusi.

I membri della Giovane Italia andarono per il paese a parlare alla gente, a far rinascere in loro ciò che lo straniero, con la forza e complicità del re, aveva soppresso per tutti quegli anni. Usarono qualunque occasione per soffiare sulla brace quasi spenta. Radunarono i montanari toscani sulla tomba di Ferruccio, essi domarono con applausi dei trasteverini romani i capricci del pontefice. Essi gettarono sul viso al barbaro armato il guanto di sfida della nazione inerme; riuscirono a far gridare a una voce dalla plebe che aveva taciuto per trent’anni:  - L’ora è giunta! L’Italia sa e l’Italia può! -

     

Anno 1848

Il 1848 ha avuto in Italia, oltre i motivi politici e sociali, un suo profondo motivo religioso, quello della libertà intesa come promessa evangelica, secondo l’affermazione contenuta nei versi di un anonimo:

 

Evangelo vuol dir libertà

Sorgi, Italia, ti chiama una voce

Che proclama dal soglio di Pietro

Il verace di Cristo pensiero:

Evangelo vuol dir libertà.

Quel vangelo che ci rende fratelli,

che accomuna le gioie e gli affanni,

quel Vangelo non soffre tiranni:

Evangelo vuol dir libertà!

 

Dalle memorie di Nicola Nisco (liberale del Mezzogiorno)

La Sicilia insorge

 

La rivoluzione della Sicilia ebbe forma speciale e del tutto nuova: la rivoluzione non ci fu di sorpresa, ma venne stabilita per il 12 gennaio (giorno festivo per il re), e venne annunciata tre giorni prima con cartelli affissi nelle varie località come Cefalù, Misilmeri, Bagnaia,  Palermo… per avvertire (come si faceva negli antichi tornei) il nemico che si voleva attaccare.

All’alba del 12 gennaio si videro sui muri delle case di Palermo cartelli con parole: “Ordine-Unione”, e in nome del Comitato si davano disposizioni, si indicavano provvedimenti rispondenti all’impresa.

La rivoluzione avvenne nel giorno, nel luogo e nell’ora indicata. Infatti, appena sparò il cannone, segno della festa reale, le campane iniziarono a suonare per chiamare alla rivolta.

La mattina del 13 gennaio non si vedeva più un drappello di milizia per la città. A Palermo accorrevano dalle campagne moltitudini di gente. Pur essendo stata abbandonata a sé stessa, senza guida e senza governo, si manteneva corretta, senza eccessi di violenza e furti.

 

Dalle memorie di Nicola Nisco: Storia del Reame di Napoli

Il bombardamento di Palermo

Il luogotenente delle milizie reali, per ridurre la città alla resa, dette ordine al colonnello Gross di bombardare Palermo con fuoco continuo. Alla mattina del 15 gennaio, il colonnello eseguì gli ordini ricevuti. La città venne colpita  a ripetizione dalle bombe e fu tanta la furia della devastazione, che accese la commozione dell’ammiraglio Lussinton, comandante della flotta ancorata nel porto, il quale contestò un simile misfatto da parte di un esercito che si accaniva contro i propri fratelli. Nello stesso momento, il corpo consolare fece appello a tutta l’Europa, affinché si mettese fine ad un simile orrore. Allora il De Mayo scrisse al pretore di Palermo che avrebbe fatto cessare il fuoco a condizione che anche i rivoltosi lo avessero fatto e che si ascoltassero le richieste del popolo palermitano  e le riferissero al re, che nel frattempo veniva chiamato: “re bomba”! Il pretore rispose che il popolo era stanco della guerra e che voleva solo giustizia e libertà, quella libertà: promessa dalla costituzione, riconosciuta da tutti i potenti. Dopo tante traversie e tumulti nelle città di Catania, Caltanissetta, Messina e Noto, il 25 marzo veniva aperto, con grande pompa, il Parlamento siciliano al cospetto degli agenti consolari stranieri e della grande moltitudine della popolazione, al rintocco delle campane e al rimbombo die cannoni. Dopo la santa messa, Ruggero Settimo, Presidente del Comitato, rendeva noto il governo della regione e terminò il suo discorso dicendo:- I Borboni hanno cessato di regnare dal 1815. Iddio benedica e ispiri i voti del Parlamento e guardi benigno la terra di Sicilia e la congiunga ai grandi destini della nazione italiana.-

 

Dalle memorie di Angelo Brofferio

Lo Statuto celebrato a Torino

21 novembre 1848

Gli avvenimenti fecero accorrere a Torino tutti i Municipi dell’antico Piemonte. Per la prima volta si poteva ammirare il popolo in contegno da cittadino nella pubblica strada, per mostrarsi al giorno dopo come soldato o con la toga del legislatore. Allo squillo delle trombe sacre di bronzo, al rimbombo gioioso delle artiglierie, si mettevano in marcia festivi drappelli. In prima fila sventolava lo stendardo di Genova, seguivano quelli dei Municipi di Cagliari, Sassari, Novara Aosta, Vercelli e tutte le altre belle e feconde province dell’antico Piemonte. Nessuna provincia volle mancare a questo glorioso avvenimento.

Al passare delle bandiere, particolarmente si udiva:-Viva la gagliarda progiene delle Alpi, viva la Provenza! Viva Nizza! Viva la Savoia italiana!-

Un altro drappello raccoglieva di più gli sguardi dei presenti. Era il vessillo sul quale si leggevano solo tre date: 1821-1831-1833. Il vessillo era seguito dagli esuli piemontesi che nei tempi di dolorosi esili, avevano combattuto per la libertà di altri popoli europei. Popoli come il nostro soggetti alla tirannia dello straniero.

 

Dalle memorie di Carlo Cattaneo

 

Le cinque giornate di Milano

Il generalissimo Radetzky, attorniato dal suo stato maggiore, agognava  di fare scorrere sangue italiano e fare bottino di tutto, ripetendo così, le stragi della Galizia. Come dubitarne, se nello stesso tempo si vedeva comparire a Brescia, con grandi milizie, il carnefice Benedeck?

Al primo di gennaio, tutti i giovani del regno, per colpire la finanza austriaca al cuore, avevano deciso di non fumare più tabacco. Lo stato maggiore distribuì trentamila sigari ai soldati e dette loro molti soldi per far sì che si ubriacassero e andassero in città ad attaccar briga con chiunque incontrassero. Alla sera del 3 gennaio, granatieri ungheresi e dragoni tedeschi si avventavano sui pacifici cittadini con le sciabole ed evitando i giovani, ferivano e uccidevano vecchi e fanciulli.

Quelli che furono arrestati, vennero trovati senza armi, ma gli stessi giurarono che la prossima volta sarebbero stati armati anche loro. Venne dato  l’ordine di processare ed impiccare entro due ore. L’infame legge doveva entrare in vigore il martedì grasso, quando appunto cominciava il rito ambrosiano e quel prolungamento del carnevale: festa che faceva accorrere a Milano gente da tutti i dintorni.

Lo spregevole Radetzky, per avere mano libera e non essere intralciato nei suoi abominevoli piani, fece allontanare da Milano il governatore Spaur, uomo molto mansueto, e il Vicerè con la sua famiglia.

Io, abituato a restare sveglio fino a tarda notte, potei vedere dalla finestra, in due ore, il passare di almeno nove pattuglie. Nella notte non si faceva altro che udire il marciare di soldati. Trascorsero giorni di ansia e paura.

Ci furono tante deportazioni, ma nessuno fuggiva; un lume di speranza ardeva in tutti i cuori. Le notizie che pervenivano dalle altre regioni mantenevano acceso il fuoco della speranza. Una volta era la ribellione di Palermo, un altro giorno la costituzione di Napoli, di Firenze, di Torino o la repubblica a Parigi.

In più si diceva, falso o vero, che Carlo Alberto aveva fatto preparare già sessantamila fucili lungo la frontiera e che già quarantamila fossero già stati introdotti  in Italia ed erano pronti per essere distribuiti. Tutto ciò faceva fremere la popolazione e dava forza a sopportare i soprusi di Radetzky. 

La rivolta scoppiò! Per la città si vedeva correre il tricolore cisalpino e le guardie austriache rimanevano immobili e stupefatte. Se qualcuno faceva capolino dalla finestra, il popolo gli gridava che la rivoluzione si faceva per strada. I giovani uscivano da ogni parte impugnando pistole, sciabole, bastoni; tutto ciò che poteva servire a difendersi.

 

Ma dei  quarantamila fucili che si diceva dovevano essere distribuiti ai rivoltosi, io non ne avevo visto nemmeno l’ombra.

La risolutezza e l’audacia con cui il popolo combatteva, fece credere agli Austriaci che una mano forte e sapiente guidasse quei valorosi.

Lo stesso Radetzky ne fu tanto convinto, che a tutta fretta si rifugiò nel castello, dimenticando nel suo palazzo persino la sua spada, quella spada che nei suoi grotteschi proclami vantava essere irresistibilmente vittoriosa.

Alle otto di sera scrisse ai membri del municipio, intimando di disarmare la guardia civile dicendo loro: - Mi riserbo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere, per indurre all’ubbidienza la città ribelle; ciò mi riuscirà facile, avendo a disposizione un esercito agguerrito di centomila uomini e duecento pezzi di cannone.-

 

Sulla via della libertà

 

Al vedere il misero armamento della città, irrequieto e ansioso sollecitai gli amici che vegliavano davanti al municipio a trasferirsi in un palazzo meno esposto perché quello in cui si trovavano era  fra due strade principali e quindi vulnerabile.

Dopo tanti inutili tentativi di convinzione, i miei consigli furono ascoltati. I rivoltosi si spostarono in un’altra strada tortuosa e molto stretta, lasciando solo un piccolo drappello come avanguardia. La linea di difesa si era formata in modo tale da avere diversi posti di guardia e diverse barricate.

Il pomeriggio del terzo giorno Radetzky mandò un parlamentare per chiedere ai membri del consiglio municipale di trattare un armistizio di quindici giorni per avere tempo di portare le loro richieste a Vienna. Dopo un pò fummo invitati anche noi a deliberare sulla richiesta del generalissimo austriaco.

Io espressi subito i miei dubbi sulla fiducia da dare a Radetzky, perchè nessuno poteva assicurarci che subito dopo aver tolto le barricate avremmo potuto dormire sonni sicuri, senza essere arrestati e impiccati.

Tutti discussero con ardore sul da farsi, e giungemmo alla conclusione di non accettare la ambigua proposta degli austriaci.

Il parlamentare venne riaccompagnato fuori e fu allora che strigendo la mano ad uno di noi gli disse: -Addio, brava e valorosa gente italiana!- Dopo una intera generazione era quella la prima volta che uno straniero diceva al nostro popolo una parola di giustizia!                     

5. PARTE

Dalle memorie di Carlo Cattaneo

Radetzky lascia Milano

 

Radetzky, per nascondere la sua ritirata, approfittò dello scendere della sera; faceva battere i tamburi e tuonare tutti i cannoni, quasi a volere far credere di intraprendere un disperato assalto. Aveva fatto appiccare incendi a diversi palazzi in zone diverse. Mentre io, guardando da una posizione molto alta, cercavo di capire in quale zona della città ci fossero gli incendi, ad un tratto divampò verso ponente una colonna altissima di fiamme, come se il nemico distruggesse gli edifici della zona che non poteva difendere. Ma era solo una quantità di paglia, di carri e di masserizie che il nemico bruciava nel cortile per ardere i cadaveri dei propri morti, per occultare la prova della sconfitta. Si disse poi, che avessero arso vivi, anche dei prigionieri e ostaggi dei quali non si seppe più niente. Mentre il bagliore degli incendi e la furia delle artiglierie tenevano impegnato il popolo, le milizie nemiche si ammassavano furtivamente dietro il castello. Molti cittadini, però, si accorsero del raggiro e dettero battaglia. Da tutte le parti della città si sentivano i rintocchi delle campane dei sessanta campanili ormai liberati.

La ritirata del nemico

Il nemico riusciva a stento ad oltrepassare le linee dei rivoltosi e portarsi fuori della città. La situazione non era delle più facili, perché doveva condurre con sé le artiglierie, i feriti, più di trecento famiglie di ufficiali e di impiegati stranieri, gli  anziani e decrepiti generali, gli sventurati ostaggi e qualche migliaio di soldati italiani. Molti di questi ultimi, che si erano schierati contro i fratelli, non erano d’accordo a seguire il nemico in fuga e quando si presentava l’occasione, disertavano.

Milano dopo la vittoria

La città di Milano era in uno stato spaventoso: sulle strade c’erano migliaia di persone del posto o venute da fuori per visitare i parenti, per raccogliere i morti o a portare soccorso ai valorosi feriti nella battaglia. Altri cercavano di spostare le macerie provocate dagli incendi  e dai cannoni nemici. C’era molto da fare! Le tegole dei palazzi danneggiati sparse sulla strada rendevano difficoltoso il passaggio dei soccorsi, quindi dovevano essere rimosse urgentemente. I cadaveri sparsi per terra dovevano essere raccolti e riconosciuti, per poi essere subito seppelliti, per evitare una epidemia di peste. Tutti si davano da fare, pur conservando la calma e l’orgoglio di avere scacciato il nemico. Quel nemico che solo cinque giorni prima vantava un esercito di 100 mila uomini e 200 mila pezzi di cannoni. Possedeva, poi, le tre grandi piazze d’armi di Mantova, Verona e Venezia, intorno alle quali ruotavano ben 72 punti di artiglierie e di navi da guerra.

 

6. PARTE

Dalle memorie di Carlo Cattaneo

Radetzky lascia Milano

 

Il 22 marzo del 1948, venne istituito a Venezia un governo provvisorio e vennero liberati dalle carceri i tantissimi padri della patria che vi erano stati rinchiusi dal tiranno austriaco.

Possedeva alla destra del Po, i forti di Ferrara, Comacchio, Brescello e Piacenza. La brama di ricchezze dei suoi generali, aveva acceso i cuori del popolo sottomesso, popolo che voleva vendicare la morte di tanti patrioti e i tantissimi soprusi che aveva dovuto subire.

Di tutta questa formidabile macchina militare, dopo le famose ”cinque giornate di Milano”, non ne rimase che un terzo. I soldati austriaci e mercenari vagavano senza viveri, senza tende, con i pochi stracci che avevano addosso, stracci che non li riparavano nemmeno più dal freddo pungente. Scappavano da quel popolo che non dava loro tregua, facendo sentire il proprio alito sulle loro teste. Delusi dai loro generali e dal loro sovrano che non voleva regnare su di un popolo, ma sottometterlo e derubarlo di tutto. Dopo le guerre persiane e la fuga del Barbarossa, non s’era mai mostrata così nuda al mondo intero la vanità della forza brutale.

 

Dalle memorie autobiografiche di Giuseppe Garibaldi

Il ritorno in Italia degli esiliati

In sessantatré lasciammo le sponde del fiume Plata per raggiungere la tanta amata Italia ed unirci ai rivoltosi. Ci imbarcammo sul brigantino Speranza, il cui noleggio era stato pagato con l’aiuto di tanti connazionali e con i nostri personali risparmi. Marciavamo con la brama e il desiderio di tutta la vita: alzare le tanto gloriose armi non per difendere terre straniere, ma offrirle alla veneranda patria nostra! L’idea di ritornare in patria era consolazione ad ogni dolore ed ogni pericolo che incombesse su di noi. Lasciavamo dietro di noi un popolo del nostro affetto. Avevamo diviso per tanti anni le poche gioie e i molti dolori. Lasciavamo i fratelli d’armi uruguaiani non vinti, non abbattuti, ma in preda al più malvagio dei concepimenti umani: la diplomazia francese. Quella terra che  noi amavamo come figli racchiudeva le ossa di tanti nostri fratelli italiani generosamente caduti per difenderla! Il 15 aprile 1848 salpammo dal porto di Montevideo nonostante il cattivo tempo, ma con la brezza a favore. Nonostante l’oceano minaccioso, verso sera eravamo tra la costa di Maldonado e l’isola di Lobos. Avevamo davanti a noi l’immenso oceano Atlantico, ma il pensiero di dover combattere per la patria  faceva ridurre, nella nostra mente, le distanze.

Sessantatrè, tutti giovani e diventati uomini sui campi di battaglia. Trascorrevamo le lunghe giornate di navigazione facendo sport, leggendo ed istruendoci approfittando dell’aiuto dei commilitoni letterati. Avevamo composto anche un inno patriottico che era diventato la preghiera di tutte le sere. Solcavamo l’oceano incerti delle sorti dell’Italia. Lo sbarco sarebbe avvenuto sulla costa toscana, dove incontrando amici o combattendo nemici. Una tappa a Santa Pola in Spagna fece cambiare la meta dello sbarco: si decise di sbarcare a Nizza. Il capitano della Speranza sceso a terra per rifornire la nave di viveri, fece velocemente ritorno a bordo con notizie tali da far impazzire uomini meno esaltati di noi. Palermo, Milano, Venezia e centinaia di altre città si erano rivolte contro gli austriaci; tutta la nazione rispondeva al richiamo della rivoluzione. Lascio immaginare l’effetto che produssero in noi quelle notizie. Sul ponte della Speranza era un abbracciarsi a vicenda e tutti gridammo: Alla vela! Alla vela! In un lampo fu issata l’ancora e la Speranza salpò.

 

Dalle memorie autobiografiche di Giuseppe Garibaldi

Il ritorno in Italia degli esiliati

 

Dopo le strabilianti notizie e la breve tappa nel porto di Santa Pola in Spagna, il brigantino Speranza salpò alla volta di Nizza.

Il vento sembrava corrispondere al nostro desiderio, così in pochi giorni costeggiammo la Spagna, la Francia e giungemmo in vista dell’Italia, della terra promessa. Si era deciso di non sbarcare più in Toscana, perché ormai non dovevamo più nasconderci dal nemico, quindi scegliemmo Nizza perché era il primo porto italiano. Vi sbarcammo il 23 giugno. In tutti gli anni di sventure e delusioni avevo sperato sempre in tempi migliori. A Nizza vi era un complesso di felicità per me, come nessun uomo potrebbe mai sperare. Troppa felicità veramente! Ebbi quasi un presentimento di sciagure non lontane. La mia Anita ed i miei figli, partiti alcuni mesi prima, erano presso mia madre che non vedevo da ormai quattordici anni. Avrei riabbracciato parenti e preziosi amici che non vedevo dall’infanzia. Era una gioia immensa! Non eravamo ancora in porto quando vidi Anita esultante di gioia avvicinarsi alla nave con una barchetta. Tutta la popolazione esultava di gioia per l’arrivo di quei giovani valorosi. Quanti valorosi miei compagni sono caduti sulla terra natale senza averla mai vista libera dal nemico! Le loro ossa non vennero nemmeno sepolte e non ebbero nessuna lapide che ricordasse alle generazioni nuove tanto valore e tanto sacrificio.

 

7. PARTE

Dalle memorie di Giuseppe Montanelli

 

È la mattina del 21 marzo, nell’uscire di casa, molta gente per strada mi circonda chiedendomi se sia vero che Metternich sia scappato da Vienna e che Milano sia in rivoluzione. <Sì, sì!>, rispondo. <E cosa si deve fare, ora? >, riprendono i miei interlocutori. Rispondo <Prendere i fucili e partire>. Un grande applauso fa eco alle parole sgorgatemi dal profondo del cuore e tutti gridano <Tutti in Lombardia, in Lombardia!>.

Questo grido suonava dovunque si sapesse che a Milano si combatteva. In quello stesso giorno, Livio Zambeccari guidò i giovani bolognesi alla liberazione di Modena; e con Doria e Mameli una moltitudine di genovesi, armati alla meglio, si ritrovarono sulla strada per Milano.

Da Roma e dal Piemonte si mossero moltitudini di patrioti. Il conte Arese venne mandato da Carlo Alberto per chiedere aiuto ed armi. Gli studenti di Torino avevano bisogno di armi per correre in aiuto di Milano.

Il re che le aveva date al Sunderbund svizzero, le rifiutò agli insorti italiani.

 

Partenza dei volontari toscani

 

Noi partimmo divisi in due colonne: una da Pisa alla volta di Massa, l’altra da Firenze alla volta di Modena.

Eravamo nella prima pisani, senesi, lucchesi, maremmani, livornesi, con il battaglione degli studenti capitanato dai professori. La seconda colonna era formata da fiorentini, aretini, pistoiesi.

Io, pur essendo capitano degli studenti, partecipai volontariamente da soldato semplice, per dare il buon esempio, che quando si combatte per la patria, non sono poi tanto importanti le spalline e i gradi. Era bello e commovente vedere quei battaglioni in cui il medico marciava a fianco del contadino, l’avvocato a fianco dell’operaio.

Che bello sentirsi guerrieri d’Italia! Partimmo con gli auguri e le strette di mano della gente accalcata per le vie. Partimmo fra uno sventolare di fazzoletti delle donne affacciate ai balconi, donne che salutavano con le lacrime agli occhi, i propri mariti, figli e amici. L’unica consolazione era il pensiero che i loro cari avrebbero combattuto per la patria e si sarebbero coperti di gloria.

Al nostro passare nei paesetti, le campane suonavano a festa, piovevano fiori sulle baionette, luccicanti al sole di primavera.

 

Le battaglie di Curatone e Montanara

 

La sera del 27 maggio, Radetzki esce da Verona con 32 mila uomini, 40 pezzi di artiglieria e tante altre macchine militari.

Pensava di sbarazzarsi di noi in pochissimo tempo; varcare il Mincio, mettersi alle spalle dei piemontesi, per togliere loro i rifornimenti di ogni genere, così da poter forzare da sinistra l’esercito dei ribelli italiani per prendere Peschiera, che da tempo sotto l’artiglieria di Carlo Alberto, non avendo più vettovaglie, era allo stremo e stava per capitolare.

La mattina del 29,  una bellissima giornata calda e soleggiante, stavamo aspettando il nemico da ormai un’ora, quando il colonnello Campia, mi domanda se la nostra compagnia se la sentiva di andare a stanare il nemico. Malenchini prese con sé dieci uomini ed uscì dalle trincee. Dopo nemmeno dieci minuti si sentirono i colpi di fucile nemico.

D’Arco Ferrari non aveva fatto radere i campi coltivati per riguardo ai contadini, cosicché i soldati nemici, al riparo delle spighe di grano, arrivavano indisturbati fin sotto alle nostre trincee.

Poco dopo la battaglia di Curtatone, anche a Montanara si inizia a combattere.

Laugier era risoluto a resistere finché non fossero arrivati i tanto attesi piemontesi e per dare esempio di prodezza, esce a cavallo allo scoperto per incitare i suoi uomini, che gli rispondevano con uno sventolare di berretti in cima alle baionette sguainate.

Giunto a Montanara chiedo a Giovanetti perché facesse battere i bersaglieri all’aperto. Egli sorridente mi risponde:< Gli Italiani devono mostrare il petto al nemico>.

Gli Austriaci vengono respinti più volte dalle nostre artiglierie. Il cielo azzurro viene velato dal fumo delle esplosioni delle bombe.

Tutti combattono e moltissimi cadono per difendere la patria. Fra questi anche il geologo Leopoldo Pilla, che spirando sussurra: <Mi dispiace solo di non aver potuto fare abbastanza per l’Italia >.

Le pallottole dei fucili e le granate dei cannoni sibilano nell’aria calda. Gli artiglieri corrono per il campo di battaglia, chi si straccia l’uniforme in fiamme, chi cade colpito da una pallottola del nemico infame.

I giovani combattono da leoni e ogni evviva all’Italia rinfresca l’entusiasmo della battaglia come se fosse appena cominciata.

 

 

8. Parte

Dalle memorie di Giuseppe Montanelli

Fine della battaglia

Il capitano Laugier aveva contato sull’aiuto dei piemontesi. Non vedendoli arrivare, pensò che era meglio ritirarsi. Combattevamo da più di sei ore  e andare avanti significava spargere ancora sangue inutile. Le truppe messe insieme erano formate da giovani valorosi, ma molto inesperti della guerra; in più erano comandati da altrettanto giovani inesperti. Si era ancora in tempo per evitare che una semplice ritirata diventasse una tremenda disfatta. Proprio mentre ci si consigliava sul da farsi, arriva Giovanetti e chiede cosa fosse meglio fare. <Ritiriamoci> fu la saggia risposta. Il valoroso Chigi gli viene incontro con la mano sinistra troncata da una cannonata, e con mirabile stoicismo agitando il sanguinoso moncherino grida: <Viva l’Italia e maledizione a quelli che gridano in piazza, ma non vengono sul campo di battaglia. >

Il sole del 29 maggio era tetro ai miei occhi. Pensavo alle poveri madri e mogli toscane, che pur non riabbracciando i loro figli e mariti consacrati all’Italia, vedevano la patria ancora in catene. Nonostante le care perdite, erano umiliate nel vedere gli Austriaci vincitori che, con i loro festeggiamenti, insultavano il loro lutto.

 

 

La battaglia di Goito

Il maresciallo Radetzky in persona avanzava alla testa di 25000 uomini alla volta di Goito, per prendere da dietro i Lombardi e stringerli sulla riva del Mincio: la sua destra doveva espugnare Goito e battere il nostro centro, mentre la sua sinistra avrebbe stretto il nostro fianco destro. Inoltre, un reggimento di 12000 uomini avanzava verso Ceresara per impedire la nostra ritirata. La battaglia fu molto sanguinosa. I bersaglieri riuscirono a portare lo scompiglio nelle file nemiche. Nel frattempo la brigata Aosta giunge sulle prime linee, Il duca di Savoia è ferito ad una coscia, ma continua a battersi con i suoi soldati. Il re sempre in prima linea viene ferito anche ad un orecchio. Una batteria nemica si spinge avanti conquistando del terreno, ma Bava se ne accorge in tempo e, mandando da quel lato una parte del suo centro con quattro pezzi di artiglieria, ricaccia il nemico. Alle sette di sera gli Austriaci non reggono più all’urto dei rivoltosi e fugge in ritirata inseguito dai reggimenti di cavalleria di Aosta e Nizza. Ad un tratto, fra le cannonate e la polvere, si fa strada un ufficiale che porta un dispaccio del duca di Genova al re. La notizia corre su tutte le bocche tremanti dei combattenti: <Peschiera è libera>. Un sorriso balenò sulle labbra di Carlo Alberto, e rivolgendosi ai soldati disse:<Ora i caduti di Curtatone e Montanara sono  vendicati>.

 

Dalle memorie di Cristina Trivulzio di Belgioioso

Il ritorno degli Austriaci a Milano

La mattina del 4 agosto 1848 si diceva che gli Austriaci fossero a cinque miglia da Milano, a poca distanza dal parco d’artiglieria piemontese di Noverasco. Il Re con il grosso delle truppe si era accampato fuori Porta Romana, nei pressi di Noverasco. Il nemico avrebbe potuto avanzare fino alla Porta Romana senza trovare resistenza. Purtroppo la situazione era questa! Dirigendomi in quella direzione, vidi io stessa la gente cercare di sottrarsi alle bombe nemiche abbandonando le postazioni dietro le barricate. Corsi immediatamente al Comitato di difesa, dove i comandanti, ignari della situazione, redigevano gli ordini del giorno. Erano dell’opinione che fuori delle mura c’era l’esercito piemontese. Appena ascoltarono la mia testimonianza, la guardia nazionale accorse in massa, là dove il nemico incombeva. Lo respinsero, fecero 200 prigionieri e lo costrinsero a ritirarsi di tre miglia. Le campane suonarono a storno per chiamare il popolo alle armi. Si formarono barricate usando grandi massi e mobili di ogni genere. Nella notte del 5 agosto il Re rientrò di nascosto a Milano e la mattina stessa, il popolo venne a sapere che lo stesso si era arreso al nemico. Le truppe piemontesi si preparavano a partire, lasciando il popolo, ancora incredulo, alla mercè degli Austriaci e il loro comandante Radetzky. Quello stesso giorno, alle sei di sera, il nemico doveva entrare a Milano. La disperazione della gente era indescrivibile. Gli uomini piangevano dalla rabbia, sembravano impazziti dal dolore. D’un tratto, sembrò che la folla avesse un solo corpo: tutti si spostarono verso Palazzo Greppi, dove si era rifugiato il Re, per impedirgli la fuga da Milano. In un istante vennero sopraffatte le guardie e il palazzo venne invaso. Una rappresentanza della guardia nazionale chiese al Re i motivi della sua capitolazione. Egli negò, ma fu costretto ad affacciasi ad un balcone per parlare al popolo infuriato. Carlo Alberto parlò alla folla, scusandosi per non aver creduto nei sentimenti di libertà dei Milanesi. Qualcuno sparò alcuni colpi di fucile contro il Re e il popolo gridò: <Se è così, strappate la capitolazione!>.  Il Re allora prese dalla tasca un foglio di carta, lo tenne in alto affinché il popolo lo vedesse, e poi lo fece in mille pezzi. Carlo Alberto rimaneva con il suo esercito a difesa di Milano. Fu una grande gioia, si ripresero i preparativi di difesa. Venne la sera, ma degli Austriaci nemmeno l’ombra. Per rendere più efficiente la difesa, si erano incendiate le case della povera gente fuori della Porta Romana. Era questo un nuovo sacrificio fatto alla causa nazionale da famiglie di disagiate condizioni; eppure non si udì nessuna  lamentela.

 

 

9. Parte

 

Nomina di Mazzini a rappresentante del popolo

La commissione provvisoria municipale mandò una rappresentanza a Firenze per annunciare al Mazzini la sua elezione a rappresentante del popolo romano. Giuseppe Mazzini accettò ben volentieri la proposta e scrisse una lettera al Presidente. Nella lettera esprimeva la sua gioia di poter impegnare tutte le sue forze e i futuri anni per la giusta causa dell’unità d’Italia. Venti lunghi anni di esilio non avevano scalfito il suo amore per la Patria, anzi, lo avevano rinvigorito. Nella fede per l’Italia aveva vissuto e nella stessa fede sarebbe morto.

 

6 Marzo 1949 Assemblea Costituente

 

Mazzini si siede alla destra del Presidente ed inizia il suo discorso:

-Per me Roma fu sempre una specie di talismano: quando da ragazzo studiavo la storia d’Italia, leggevo sempre di tante nazioni che sorgevano, dominavano le altre per poi soccombere e non rialzarsi più. Una sola città è stata sempre privilegiata da Dio: Roma. Rivedo ancora la prima Roma degli imperatori espandersi fino in Africa e ai confini dell’Asia; vedo Roma perire e quasi cancellata sotto la forza dei barbari, ma poi risorgere dopo aver cacciato gli stessi barbari. L’ ho vista risorgere più potente, ma non con le armi, bensì nel nome dei Papi. Io dicevo nel mio cuore: è impossibile che una città che ha avuto tante vite, debba soccombere sotto gli Austriaci.

 

Giuseppe Garibaldi e i Mille

 

L’ordine dell’imbarco era stato dato per le ore nove. A quell’ora Nino Bixio doveva impadronirsi di due battelli a vapore, Piemonte e Lombardo, ormeggiati in darsena, e poi andare a prendere Garibaldi e i suoi fedeli. In porto era un formicolio di persone che salutavano i figli, parenti e amici che si imbarcavano con Garibaldi. Arrivò anche il generale nella sua camicia rossa e il poncio sulle spalle. Tutti fecero rispettoso silenzio, solo un vecchio siciliano si fece avanti e gli disse:-Generale, ieri ti ho portato i miei quattro figli, oggi ti porto gli auguri della vittoria. Io vi dico in nome di Dio che libererete la Sicilia.!- Erano da pochi minuti a bordo che Garibaldi chiese ad un ufficiale il numero esatto dei volontari. L’ufficiale gli rispose:

-Più di mille!-

Comincia, così, la liberazione della Sicilia. I Mille, guidati da Garibaldi e aiutati dai valorosi soldati liguri liberano paese dopo paese. I nostri valorosi volontari erano sordi alle cannonate del nemico, anzi, il boato dei cannoni li rinvigoriva sempre di più, e sistemate le baionette attaccavano come forsennati costringendo il nemico a darsi alla fuga. La vittoria di Calatafini segnò il primo traguardo dei rivoltosi e di tutti i “picciotti” palermitani che vi avevano preso parte. Palermo è libera! Le truppe nemiche si imbarcano per lasciare la città ai vincitori. Anche il sanguinario generale svizzero Van Mechel deve inchinarsi ai vincitori. Non poteva darsi pace e, bestemmiando in tedesco e in italiano, dava la colpa al governo di caproni se in quel momento doveva volgere le spalle ad un gruppo di ragazzi e una spregevole popolaglia. Van Mechel, prima di salire sulla nave, avvicinandosi a Bixio gli sussurrò in un orecchio:- Ci rivedremo.- Nino Bxio gli rispose alzando il dito:- Sì, ti rivedrò a Napoli.- I Mille, con Garibaldi liberano anche Napoli. L’ultimo tassello mancava: Roma. Solo Roma poteva essere la capitale del regno d’Itala! Il motto era:- Roma o morte!-

 

Dalle memorie di De Amicis

La breccia di Porta Pia

L’accoglienza della popolazione di Roma fatta all’esercito italiano era degna della futura capitale. Tutto aveva superato non solo le aspettative, ma anche l’immaginazione. La mattina seguente ogni guarnigione combatteva per conquistare l’ingresso delle varie porte della città. Le artiglierie stavano ancora bersagliando le porte, mentre le fanterie aspettavano di poter entrare in azione. Dopo alcuni colpi di artiglieria, si vide un varco enorme nelle mura di Porta Pia. Sei guarnigioni di Bersaglieri non aspettavano altro. Al suono d’attacco delle trombe si scagliarono tutti nella breccia. Il rumore dei  colpi dei fucili del nemico era attutito dalle trombe dei valorosi Bersaglieri. Alcuni ufficiali e soldati caddero sul campo, ma Porta Pia era anche caduta. Le truppe si riversarono per le vie della città e si arrivarono tutti al Quirinale, dove il cielo era coperto dallo sventolio dei tricolori e tutti gridavano:

- Arrivano i nostri soldati, i nostri fratelli! –

 

Discorso del Re Vittorio Emanuele II

L’Italia è unita

-Signori Senatori! Signori Deputati! Oggi 27 novembre 1871 l’Italia è restituita a sé stessa ed a Roma. L’opera a cui consacrammo la nostra vita e per cui sono caduti in tanti, è compiuta. Noi abbiamo conquistato il nostro posto nel mondo difendendo i diritti della nazione. Oggi che l’unità nazionale è compiuta, dobbiamo cercare nella libertà e nell’ordine il segreto della forza e della conciliazione.

 

 

Cari lettori de ”Il Menestrello”, con questo numero si conclude l’avvincente cronologia degli avvenimenti che hanno portato all’Unità d’Italia.

In questo mese ci sarà la beatificazione di Madre Teresa, quindi dal prossimo numero, ci occuperemo di questa grande esile donna che per aiutare i poveri, è riuscita a parlare ai cuori di tante personalità della politica e del mondo dello spettacolo.